a cura di Carlo Bolpin, Diletta Mozzato, Cristina Oriato               

Chi riflette sul lungo periodo si interroga sul declino dell’Europa e su come la perdita di quanto la caratterizza non derivi da una minaccia esterna, come l’invasione degli stranieri, ma - ancora una volta come nel ‘900 - abbia radici culturali interne, che mettono in discussione le fondamenta dell’identità europea: l’accoglienza delle diversità, la capacità di farsi altro continuamente, di non essere fortezza chiusa. Dopo due guerre mondiali e l’orrore nazifascista era maturata la necessità di un nuovo ordine mondiale, fondato sul riconoscimento dei diritti umani universali a ogni essere umano in quanto tale, indipendentemente da ogni condizione e merito. Questo riconoscimento, non più solo dettato da motivazioni etiche e religiose, veniva definito come principio normativo vincolante tutti gli organismi dello Stato e i singoli cittadini; principio proprio dell’Occidente assunto nell’ordinamento internazionale. In particolare la nostra Costituzione ha operato un salto di qualità rispetto all’assetto liberaldemocratico prefascista, ma è stata attuata parzialmente, perché non si è radicata nella nostra cultura. Oggi in crisi è la stessa concezione dello Stato di diritto e delle libertà della tradizione liberaldemocratica.
Come siamo arrivati a negare, di fatto, quanto eravamo convinti fosse un processo della civiltà da cui non si poteva tornare indietro? La parola d’ordine era “mai più” l’abisso di disumanizzazione, a cui l’Europa era arrivata nel ‘900. Se la società liberaldemocratica non ha fermato - anzi - questa barbarie, l’interrogativo è come oggi, in una società ancor più complessa, occorra ridefinire l’idea di libertà, di diritti e quindi di Bene comune. Assistiamo infatti a una degenerazione per cui si pensa che i diritti siano determinati dal solo sviluppo economico - o dal più forte - o dalla coscienza individuale unicamente in rapporto ai propri interessi/desideri. Si sviluppano diverse forme di prepotenza che affermano il “prima io” e “prima noi”, a prezzo della negazione del diritto.
La riflessione che percorre il numero, anche esaminando diversi casi concreti, riguarda la necessità di approfondire i fondamenti antropologici, sociali e anche biblico-teologici dei diritti e della libertà, senza i quali l’essere umano non è tale, per capire sia il nostro contesto culturale (nel quale per molti aspetti non ci riconosciamo), sia come possiamo rispondere come persone e come collettività.
Constatiamo infatti l’inadeguatezza dell’economia slegata dall’etica e non attenta che al ristretto comportamento mosso dagli interessi personali. Non basta pensare di fare quello che si vuole purché non si interferisca sulla libertà altrui. Che significa oggi “libertà positiva” come responsabilità affinché ciascuno possa esprimere sè stesso e le proprie capacità? Come si pone oggi il rapporto tra libertà e solidarietà che la Costituzione afferma come principio vincolante? Si pone il tema dei doveri, e quindi il problema dell’uguaglianza, delle finalità pubbliche e dell’uso pubblico dei beni.
Tali esigenze di etica civile non devono intendersi come vincoli, in base a una concezione astorica dell’essere umano, un “io” autosufficiente, che si autofonda e solo dopo si pone in relazione agli altri. Al contrario, la mia soggettività è già relazionale nella sua sostanza, e per questo si esprime massimamente se solidale, attraverso i legami di corresponsabilità, riconoscimento reciproco, non mediabile, della dignità e dell’irriducibile singolarità di ciascun essere umano, e per questo soggetto di diritti e di doveri. Farsi carico dei legami interpersonali non è quindi una minaccia ma la condizione della mia libertà, che si realizza attraverso relazioni, e quindi istituzioni, buone e giuste. Dobbiamo ancora maturare, ed è necessario farlo presto, la consapevolezza dei diritti collettivi, che non sono limitazioni dei diritti individuali ma loro condizione. La società non è somma di individui ma ha una realtà propria finalizzata a creare la condizione per la massima possibile espressione della dignità di ciascuno, in particolare di chi non ha potere ed è in situazioni di inferiorità.
Posso costruire me stesso come singolarità irriducibile ad altri se a un altro essere umano è negata questa condizione? È possibile risolvere dicendo che non sono io colpevole: sono io responsabile del mio fratello? Quale progetto posso avere di me stesso, se all’altro, a chiunque altro, uno qualsiasi (come il ferito nell’episodio del Samaritano) è limitata la sua libertà-dignità?
Su questa riflessione antropologica è possibile il comune impegno tra un pensiero contemporaneo e una tradizione cristiana radicata nella Bibbia, che affermino l’indisponibilità della dignità e della libertà umana e chiamino ad assumere la responsabilità di agire rischiando in prima persona, quando la disumanità sta diventando legge, non secondo logiche falsamente realiste del male minore e della mediazione che portano alla negazione non di principi astratti ma della concreta umanità.
Ci chiediamo inoltre perché siamo arrivati a questo punto di disumanizzazione e di indifferenza. La crisi ha radici complesse e lontane, riguarda molteplici responsabilità, non nasce certamente in pochi anni.
Che possiamo e dobbiamo fare prima che sia troppo tardi? Dobbiamo saper cogliere i segni dei tempi: la globalizzazione, pur con tutte le contraddizioni, porta alla coscienza le interconnessioni delle nostre azioni sul pianeta in cui viviamo e di nuovi diritti per cui lottano soggetti come le donne, i migranti, i giovani. È significativo che tali lotte non siano per il capovolgimento dei rapporti di forza e per diritti solo individuali, ma per il riconoscimento prima di tutto della dignità e della soggettività relazionale, contro ogni forma di violenza. Intraprendere questa strada comporta un cambio radicale di cultura, a partire dal rapporto uomo/donna, all’origine di ogni altro rapporto di dominio o di liberazione.