a cura di Chiara Puppini         

Mentre il mondo cade a pezzi” cantava Marco Mengoni, vincendo Sanremo 2013, e “Volevi solo soldi” è il ritornello della canzone di Mahmood, vincente a Sanremo 2019. Non solo le canzonette disegnano un popolo impoverito e disperato, anche il 52° Rapporto Censis del 2018 parla di un popolo impaurito, incattivito e rancoroso. Chi ha paura? Paura di cosa? Paura di chi?

La paura è un sentimento diffuso e primordiale, che tutti sperimentano, quando s’impatta con qualcosa o qualcuno di sconosciuto, vissuto come una minaccia alla propria integrità. Il corpo, l’ipotalamo nello specifico, reagisce con una mobilitazione di tutto l’organismo, con effetti anche contrastanti a seconda degli individui: il battito cardiaco aumenta o rallenta, si può verificare contrazione o dilatazione dei vasi sanguigni, e così via. Tutto ciò rientra nella cosiddetta “normalità”, in alcuni casi la paura può sfociare in comportamenti patologici come eccessi di ansia, crisi di panico, stati di angoscia, movimenti inconsulti.

Le paure accompagnano le diverse età dell’uomo e della donna: dalla paura dell’abbandono nel bambino che vive ancora di totale dipendenza, alla paura dell’adolescente che vede il suo corpo cambiare, assieme al nascere di nuovi e sconosciuti desideri, alla paura dell’adulto, e dell’anziano poi, della ricerca e del mantenimento del lavoro, della malattia, dell’invecchiamento, della perdita di autonomia.
Le paure sono individuali, ma possono essere anche collettive. Spesso le paure individuali sono molto personalizzate - come la paura di prendere l’aereo -, mentre le paure collettive, soprattutto in epoche passate, sono state ignorate o considerate una caratteristica della debolezza femminile perché ritenute un sentimento vile, a fronte del coraggio dell’uomo dall’animo forte.
Ora che i ruoli sono cambiati, il mondo è diventato globale e più complicato, il sentimento della paura, pur restando invariato nella sua manifestazione, in alcuni casi ha cambiato l’oggetto su cui si proietta. Le paure collettive ormai hanno assunto dimensione universale. Alcune paure sono quelle del passato: la madre di tutte le paure: la morte, ma anche la paura dell’altro, dello straniero, del diverso, delle calamità naturali, la paura delle novità che scombinano gli equilibri conquistati. E oggi il nostro mondo sempre più proteso verso conquiste tecnologiche, scoperte scientifiche, che mettono in crisi conoscenze precedenti, ci mostra nuove paure, soprattutto quella di perdere il controllo della razionalità umana sulla macchina, di perdere il lavoro, di essere sopraffatti dai robot, di diventare “nuovi schiavi”.
Nella società attuale si rilevano due tendenze: la paura viene esorcizzata, ignorata, non si parla della morte, della malattia ma della guarigione, dell’allungamento della vita, delle straordinarie scoperte della medicina. Tutto vero, ma non basta a liberarci dalla paura. Oppure la paura viene enfatizzata senza un riscontro reale: la paura dell’altro, del diverso, dell’invasione dello straniero o dell’aumento della criminalità, anche quando i numeri ce lo negano, della tecnologia, dell’Intelligenza Artificiale, dell’inferno, del diavolo... In questo aspetto le paure possono diventare per i potenti, sia laici che uomini di chiesa, uno strumento di consenso, fino al controllo della coscienza, soprattutto quando le paure sono enfatizzate senza che ci sia la possibilità di verifiche obiettive o addirittura con l’uso delle cosiddette fake news. Si può sconfiggere la paura per essere donne e uomini liberi?
Sconfiggerla non è possibile né funzionale. Occorre cogliere la valenza positiva di questo sentimento, che ci rivela i limiti dell’umano, e accettare la fragilità del vivere. Poi approfondire le nostre conoscenze, non accontentarsi di slogan, di dicerie, di notizie dubbie o false, conservare la memoria.
Ma tutto questo non basta.
Occorre costruire la fiducia nella solidarietà con gli altri, in un mondo di adulti responsabili, che proteggono i più piccoli e più deboli, o come hanno fatto i veneziani quando, fuggendo per paura sulle isole della laguna, hanno, con il lavoro comune e la comune determinazione, fatto fiorire la Bellezza. Occorre ripensare un nuovo modello di sviluppo “equo e sostenibile”, un progetto educativo coraggioso, che effettivamente abbatta le differenze sessuali e sociali, un welfare accogliente e propositivo, cioè una politica rinnovata, una nuova forma di governance, che sappia sostituire la paura con la speranza.
Per il credente la paura diventa il “timore di Dio”, che protegge il suo popolo dai nemici, si scioglie nella fiducia in Cristo che non abbandona mai nella tempesta chi ama. Timore di non essere all’altezza dell’alleanza con Dio, di non rispondere al messaggio autenticamente umano, timore di disumanizzarsi.
È comunque sempre l’amore, la fiducia, la solidarietà che possono, se non annullare le paure, quantomeno trasformare questo sentimento in sentimenti più costruttivi e, alla fine, farci vivere meglio.