Lo scopo del "vertice di alto livello per affrontare i grandi spostamenti di rifugiati e migranti" era quello di affrontare la crisi globale dei rifugiati, una crisi per cui, ogni giorno, milioni di esseri umani sono in fuga da guerre e persecuzioni in paesi come la Siria, il Sud Sudan, il Myanmar e l'Iraq. Queste persone soffrono una miseria intollerabile e una continua violazioni dei loro diritti umani.

I leader mondiali all'Assemblea Generale hanno concordato sulla produzione di un documento finale con il quale essi hanno dichiarato di voler dare un contributo, ma non hanno stabilito nessun piano reale. Parole vuote, quindi, che non hanno portato nessun cambiamento. I leader di tutto il mondo hanno collettivamente fallito. Accettare di cooperare per affrontare la crisi dei rifugiati, ma evitare qualsiasi azione specifica non è progresso. Rinviare un piano globale sui rifugiati al 2018 non è progresso. Abbandonare l'unico obiettivo concreto – quello, cioè, di reinsediare il 10% dei rifugiati ogni anno – non è un progresso. Non tutti gli stati hanno fallito, però. Alcuni paesi, come il Canada, che ha accettato 30.000 rifugiati nel corso dell'anno scorso, hanno dimostrato una forte leadership. Ma la maggioranza non ha garantito alcun progresso. Il Summit delle Nazioni Unite aveva un obiettivo ragionevole: condividere la responsabilità della crisi globale dei rifugiati. Ci sono 193 paesi nel mondo. E 21 milioni di rifugiati. Più della metà – circa 12 milioni – vivono solo in 10 di questi 193 paesi. Questo è di per sé insostenibile. I paesi che ospitano un numero così elevato di rifugiati non sono in grado di sostenerli. Molti rifugiati vivono in estrema povertà, senza accesso ai servizi di base e senza speranza per il futuro. Non a caso, molti sono intenzionati a trasferirsi altrove. E alcuni sono disposti ad intraprendere viaggi pericolosi per cercare di trovare una vita migliore. Se tutti i paesi - o la maggior parte - si assumessero una giusta parte di responsabilità per ospitare i rifugiati, allora nessun paese sarebbe sopraffatto. Una "quota equa" può essere basata su criteri ragionevoli come la ricchezza nazionale, la dimensione della popolazione ed il tasso di disoccupazione - criteri di buon senso che riconoscono che le persone che arrivano come rifugiati, in un primo momento, hanno un impatto sulla popolazione e sulle risorse locali. Non c'è dubbio che questa soluzione sarà vista da alcuni come troppo semplicistica. Ma non per quei paesi che ospitano centinaia di migliaia di profughi. Coloro che non vogliono assumersi la responsabilità troveranno obiezioni e citeranno motivi per cui è impraticabile. Ci sono 21 milioni di rifugiati e hanno bisogno di un posto nel quale vivere in sicurezza. L'attuale "formula", accettata da molti leader mondiali, è la vicinanza geografica ai paesi in guerra, indipendentemente dalla capacità di tali paesi vicini.

Il problema non è il numero di rifugiati, ma che la stragrande maggioranza (l’86% secondo i dati dell'UNHCR, l'agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite) sono ospitati in paesi a basso e medio reddito. Nel frattempo, molte delle nazioni più ricche del mondo ospitano il minor numero e fanno il minimo. Ad esempio, il Regno Unito ha accettato circa 8.000 siriani a partire dal 2011, mentre la Giordania - con una popolazione di quasi 10 volte inferiore rispetto al Regno Unito e solo l'1,2% del suo PIL - ospita 655.000 rifugiati dalla Siria. La popolazione totale di rifugiati e richiedenti asilo in Australia è 58.000 rispetto a 740.000 in Etiopia. Tale disparità nella ripartizione della responsabilità è alla radice della crisi globale dei rifugiati e dei molti problemi affrontati da rifugiati. Un'iniziativa del presidente Obama, in seguito al fallito vertice delle Nazioni Unite, ha fatto sì che i 18 paesi accogliessero 360.000 rifugiati a livello globale. Ma 360.000 è una cifra che deve essere vista nel contesto di oltre 21 milioni di rifugiati in tutto il mondo, 1,2 milioni dei quali l'UNHCR considera vulnerabili e in disperato bisogno di reinsediamento. In realtà, è quasi nulla in termini di condivisione reale delle responsabilità. Non è semplicemente una questione di invio di denaro e di aiuti. I paesi ricchi non possono pagare per tenere la gente "laggiù". Il risultato è che le persone che sono fuggite dalle guerre stanno ora sopportando condizioni di vita disumane e spesso muoiono per malattie del tutto curabili. Sono scappati dalle bombe per morire di infezioni, diarrea o polmonite. I bambini non frequentano la scuola, con conseguenze devastanti per il resto della loro vita. In ogni caso, gli appelli umanitari sono costantemente sotto finanziati. A metà 2016, i governi di tutto il mondo si erano impegnati per meno del 48% della somma necessaria per le agenzie di aiuto per sostenere i profughi siriani. Più soldi sono fondamentali, ma è fondamentale anche la necessità di spostare i rifugiati da paesi, come il Libano, che sono sopraffatti. Quando guardiamo la cosa solo dal punto di vista dei soggetti interessati, la crisi dei rifugiati sembra enorme, ma visto come un obiettivo globale è risolvibile. 21 milioni di persone rappresentano solo lo 0,3% della popolazione mondiale. Trovare loro un posto sicuro per vivere non è solo possibile, ma può essere fatto senza che un solo paese debba prendersi carico di numeri troppo grandi. I circa 30 paesi, che attualmente hanno un qualche tipo di programma di reinsediamento dei rifugiati, offrono un numero di posti di gran lunga inferiore alle esigenze individuate dall'UNHCR. Con solo 30 paesi, non vi è una reale possibilità di un cambiamento positivo.

Con 60 o 90, la situazione migliorerà - e non siamo ancora a metà dei paesi del mondo. Se siamo in grado di aumentare il numero dei paesi per il reinsediamento di rifugiati da 30 a 90, si potrebbe avere un impatto significativo sulla crisi. Ancora più importante, le vite dei rifugiati migliorerebbero notevolmente. Allora, perché questo tipo di condivisione della responsabilità non avviene? Mentre sappiamo che alcuni paesi come la Germania e il Canada hanno cercato di affrontare la sfida, la narrativa prevalente in molti paesi è la xenofobia, l’anti immigrazione, la paura e la preoccupazione circa la sicurezza. In alcuni paesi vi è molta disinformazione. In altri la portata della crisi globale dei rifugiati non è nota. In altri ancora, la sensazione di impotenza porta le persone ad allontanarsi. Abbiamo bisogno di cambiare tutto questo, passare ad una narrativa di generosità e positività, ad una che può aiutarci a garantire la sicurezza e ad aiutare i rifugiati. E i leader degli Stati mondiali dovrebbero fare questo, non assecondare solo le proprie ambizioni politiche. Il costo di non agire è quello di condannare milioni di persone a sopportare una vita di miseria inesorabile. I più vulnerabili non sopravvivranno. In silenzio, e a migliaia, i rifugiati vulnerabili sono intrappolati in situazioni insostenibili e moriranno perché non possono ottenere l'aiuto di cui hanno bisogno. Moriranno perché alcuni paesi ne ospitano poche centinaia, lasciandone milioni negli altri paesi. Naturalmente ci sono sfide. Sì, non ognuno dei 193 paesi è un luogo sicuro e andrebbero esclusi quei paesi sanzionati dall'Onu per le ripetute violazioni dei diritti umani e quelli che si trovano in situazioni di conflitto attivo. La ripartizione delle responsabilità resterà un impegno vuoto senza un qualche tipo di criterio o di un sistema globale che renda chiaro come ciò possa essere fatto. Noi proponiamo questi criteri di base relativi alle capacità di un paese di ospitare i rifugiati: la sua ricchezza, la popolazione e il tasso di disoccupazione. Questi sono i criteri principali. Altri fattori rilevanti possono essere la densità di popolazione, per esempio, o se un paese ha un gran numero di richieste di asilo esistenti. Nessuna formula sarà perfetta, nessuna procedura, comunque, dovrebbe essere eccessivamente complessa. Lo scopo dovrebbe essere quello di dare un numero indicativo e relativo in modo che tutti i paesi partecipanti possano avere una base rispetto alla quale valutare la loro parte anche rispetto agli altri paesi.

Di fronte a guerre brutali, ci sentiamo impotenti, sopraffatti dall'orrore inflitto agli altri esseri umani. Ma è possibile trovare una formula per garantire un posto sicuro solo allo 0,3% della popolazione mondiale. E dobbiamo farlo.

18 October 2016 SALIL SHETTY - Segretario Generale di Amnesty International

https://www.amnesty.it/appelli/italia-non-neghi-diritto-asilo/

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