di Angelo Favero - Nel leggere e commentare il Vangelo di qualche domenica scorsa ho provato imbarazzo di fronte alla traduzione che ormai è entrata nella vita quotidiana della Chiesa italiana. E’ pur vero che un antico adagio dice che ogni traduzione è un tradimento per la difficoltà di riprodurre perfettamente in altra lingua il senso e il valore del testo originale.

A tal proposito basta ricordare che un settore dello studio biblico è riservato non solo all’esegesi ma anche alla ermeneutica, cioè alla ricerca dei termini che nella traduzione possano riprodurre al meglio il senso dei termini del testo originale. E vengo al testo di domenica; trattasi di Mt. 5,32. Lo riporto in greco facendo presente che il mio computer non è in grado di riprodurre correttamente e integralmente il testo originale; nel testo che riproduco qui di seguito mancano gli spiriti e gli accenti e il sigma appare non corretto ma conto sulla comprensione dei miei lettori:

 

Il testo si trova all’interno di quel gruppo di capp. di Matteo 5-7 che trovano la motivazione in 5,17 in cui Gesù esprime questa tesi: “Non pensiate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento”. In base a questa tesi Gesù procede alla ripresa della legge mosaica, quella del Sinai, non quella che troviamo in gran parte nel libro del Levitico con tutte le determinazioni più minuziose circa gli obblighi del pio Ebreo senza contare le aggiunte rabbiniche. Basta pensare che nel 12° secolo un filosofo ebreo spagnolo, Mosè Maimonide, s’è preso la briga di conteggiare tutti i precetti della cosiddetta legge Torah e ne ha elencati ben 613. Per questo motivo un dottore della legge ha posto a Gesù la famosa domanda su quale sia il precetto più importante. Il testo del comandamento nell’Esodo cap. 20 suona così non commettere adulterio; il testo matteano riprendendo questo comandamento entra in merito della indissolubilità del vincolo matrimoniale in 5, 31-32. Come sempre è difficile individuare nei Vangeli gli ipsissima verba Christi, tuttavia poiché questo logion si trova anche negli altri due sinottici (Mc 10, 11-12 e Lc 16, 18) possiamo tranquillamente pensare che il nucleo fondamentale di questo insegnamento appartenga a Gesù stesso. Solo in Matteo come apax legomenon si trova quell’inciso introdotto da parektos ecc. Il testo matteano in forza di questa differenza fa pensare dapprima ad un logion di base che attribuiamo senz’altro a Gesù e successivamente ad una eccezione, che presa sul serio appare come un motivo di dissolubilità del vincolo sponsale, attribuibile alla Chiesa primitiva, in particolare a quella gerosolimitana o a quella antiochena, in quanto il Vangelo di Matteo aveva come primi destinatari quegli Ebrei che avevano accolto il messaggio evangelico. La Vulgata ha così tradotto questo testo: Ego autem dico vobis: quia omnis qui dimiserit uxorem suam, excepta fornicationis causa, facit eam moechari: et qui dimissam duxerit, adulterat. Ed ora vengo alla traduzione italiana della CEI che mi ha suscitato un grave sospetto, che se fosse senza fondamento mi collocherebbe senz’altro tra i peccatori; ed è per questo che invoco il vostro aiuto. Eccovi il sospetto: la Dei Verbum ci aveva avvertito fin dall’inizio che la Chiesa è in religioso ascolto della Parola di Dio ma questa traduzione mi pare sia condotta non tanto nella fedeltà al testo originale quanto sia un adattamento del testo alla dottrina tradizionale della Chiesa.

La traduzione italiana della CEI in antecedenza nella prima versione della Bibbia di Gerusalemme portava: “eccetto il caso di concubinato”, la traduzione ultima porta “eccetto il caso di unione illegittima”. E’ mia impressione che ambedue queste traduzioni siano inficiate dal problema di salvare ad ogni costo la indissolubilità del matrimonio. Ma se è così si tratta di una salvezza inconsistente. Infatti l’avverbio greco parektos viene tradotto da Liddell-Scott con: al di fuori di, eccetto che per e regge il genitivo. Se si tratta di una eccezione il concetto appare chiaro: il matrimonio è sempre indissolubile salvo il caso in cui ci sia un tradimento con altra persona. Tutto il problema consiste nel capire quando si verifichi questa eccezione; in altri termini quando si verifichi quel porneia. Come va tradotto quel porneia? S. Girolamo, che certamente non era digiuno né di greco né di latino, ha tradotto excepta fornicationis causa. Si tratta proprio di una eccezione alla indissolubilità per cui la difficoltà consiste nel sapere cosa sia quel porneia mentre non c’è alcun dubbio nell’ammettere che l’indissolubilità matrimoniale sia un principio saldo che però ammette qualche eccezione. Nelle due traduzioni italiane si è scansato il vero senso del testo che intende proprio introdurre una eccezione perché sia che si tratti di concubinato che di unione illegittima non siamo in presenza di un vero vincolo sponsale che viene sciolto ma solo di un riconoscimento di una situazione non sponsale. La difficoltà pertanto non sta nell’ammettere la possibilità della eccezione ma nell’individuare il motivo dell’eccezione. D’altra parte la Chiesa nella sua sapienza bimillenaria ha pur introdotto delle eccezioni nella indissolubilità con il privilegio paolino allorquando in base alla fede del credente non sia possibile la coesistenza con il non credente o il privilegio petrino con il rato e non consumato. Mi pare sia stato un Papa avignonese, grande giurista, di nome Giovanni XXII, che ha inventato la sacra rota per individuare le cause di scioglimento del matrimonio. Non c’è dubbio che il testo greco pone problemi non indifferenti ma, ripeto, non nell’affermare che ci sia almeno un’eccezione nella indissolubilità matrimoniale ma nel capire quale sia la causa. Cosa significa quel porneia? Il vocabolario comune ci aiuta poco: il rapporto sessuale tra coniugi è un atto d’amore lecito e meritorio; il rapporto sessuale non legato dal vincolo sponsale per la morale tradizionale si chiama fornicazione. In questo senso l’ha inteso S. Girolamo il quale, immagino, deve essere rimasto con qualche incertezza perché se si parla di fornicazione non siamo in presenza del rapporto matrimoniale. Se si tratta di un rapporto sessuale fuori del matrimonio da parte di una persona sposata allora abbiamo adulterio, che in greco si chiama moikeia. Personalmente propendo per intendere quel porneia come un tradimento extraconiugale. Il Liddell-Scott indica che nel greco classico il termine significa prostituzione, nel Nuovo Testamento significa fornicazione e metaforicamente significa idololatria. A me pare comunque che quell’inciso del testo di Matteo pone problemi non indifferenti non solo per la traduzione ma anche alla dottrina tradizione della Chiesa circa la indissolubilità del matrimonio. La rigidità di questa dottrina ha oscurato il valore teologico e soprattutto profetico del matrimonio cristiano. La traduzione letterale dovrebbe essere: Vi dico che chi abbia ripudiato sua moglie - a meno che non sia a causa di prostituzione - la rende un' adultera ; e se sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio. Chiaramente c'è un' eccezione all' indissolubilità del matrimonio e si tratta di individuarne il motivo, cioè: cosa ha commesso la donna? Non convince la traduzione della CEI e neppure relazione illegale della Bibbia in lingua corrente. Πορνεια è un termine forte; è da scartare in questo caso il significato di idolatria; in questo testo ha il valore di un tradimento extraconiugale. Qui si tratta molto probabilmente di tradimenti, cioè di un comportamento ripetuto. Può essere utile tener presente che la collocazione geografica della comunità di Matteo molto probabilmente non sarebbe Gerusalemme o un’altra sede della Giudea o della Galilea, ma l’area antiochena, dove inevitabile era il contatto con il mondo ellenistico. Le diversificazioni presenti nel vangelo di Matteo si potrebbero spiegare ricorrendo all’ipotesi di un suo sviluppo temporale: all’inizio la comunità dei cristiani era formata quasi solo da giudeo-cristiani ed esprimeva posizioni più rigide e di maggior chiusura rispetto al mondo pagano. Successivamente con l’ingresso sempre più numeroso di nuovi credenti provenienti dal paganesimo le posizioni si sono fatte meno intransigenti. Rimaneva però sempre il problema della convivenza dei due gruppi all’interno della medesima comunità. Può darsi che alcune coppie di etno-cristiani si trovassero in condizione di illegittimità rispetto alle norme previste dalla legislazione mosaica: di qui l’esigenza di risolvere il problema senza scandalizzare nessuno. Insomma il tema di comporre l’indissolubilità come valore teologico fondamentale e l’impatto con la realtà della vita concreto era un tema che veniva affrontato nella Chiesa primitiva e se ne usciva con una buona dose di buon senso. Ne è testimonianza l’apostolo Paolo in I Cor. 7, 12-17: “Agli altri dico io, non il Signore: se un nostro fratello ha la moglie non credente e questa consente a rimanere con lui, non la ripudi; e una donna che abbia il marito non credente, se questi consente a rimanere con lei, non lo ripudi: perché il marito non credente viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi. Ma se il non credente vuol separarsi, si separi; in queste circostanze il fratello o la sorella non sono soggetti a servitù; Dio vi ha chiamati alla pace! E che sai tu, donna, se salverai il marito? O che ne sai tu, uomo, se salverai la moglie? Fuori di questi casi, ciascuno continui a vivere secondo la condizione che gli ha assegnato il Signore, così come Dio lo ha chiamato; così dispongo in tutte le chiese”.