Dal 23 al 25 aprile 2016 per iniziativa di don Giovanni Kirschner, parroco in 4 paesi del trevigiano, un gruppo di 25 persone anche del veneziano ha partecipato ad una visita a Lampedusa per ascoltare e capire. Questa è la relazione di una del gruppo. Continueremo la riflessione e l’impegno.

“DIFENDERE LE PERSONE, NON I CONFINI” (scritta graffita sul muro del molo degli sbarchi)

scritto da Marialetizia Angelini - La mattina del 25 aprile ripartendo dall’aeroporto di Lampedusa poco dopo l’alba ho avuto finalmente la percezione di cosa sia quest’isola: una “zattera” di roccia in mezzo al Mediterraneo, nell’ acqua a perdita d’occhio, come l’aveva descritta il parroco don Mimmo;

realtà territoriale davvero minuscola attraversata da una vicenda molto più grande di lei, che però ne ha fatto un simbolo a livello internazionale, soprattutto per i migranti. Sorge sulla placca oceanica africana, separata da una fossa profonda 800 metri dalla placca europea (su cui sorge Linosa, altra isola che le è associata nella stessa amministrazione comunale, insieme all’isolotto di Lampione). La sua posizione ha ovviamente sempre favorito il passaggio e lo sbarco temporaneo di naviganti, fin dal Neolitico. Le testimonianze archeologiche, ora purtroppo in gran parte distrutte, spaziano dall’età del bronzo ai fenici, alla civiltà greca (l’isola si chiamava “Lopadusa”), alla conquista romana. L’isola serviva specialmente per i rifornimenti di acqua e legname dei naviganti, cui si segnalava con una corona di fuochi nella notte: “luce” per evocare la quale probabilmente è stato modificato il suo nome. Quanto al medioevo e ai secoli successivi sono numerose le testimonianze scritte che ne ricostruiscono l’immagine singolare di “porto franco” e “luogo di mezzo”, confine di separazione ma contemporaneamente area di contatto, dove avvenivano scambi (di bottini, di prigionieri) altrove impensabili e dove potevano convivere fedi diverse, grazie a un certo “relativismo” (istruttiva la leggenda dell’eremita “voltagabbana”) ma anche diverse piraterie; alla luce dell’oggi appare interessante la considerazione di Diderot che “invitava” gli amici illuministi a trasferirsi in questo posto di confine ma per così dire “senza confine”, quasi come in un paradiso terrestre. Da Eden appaiono in effetti le coste: la settentrionale, con scogliere impervie a picco e quella meridionale, con una serie di cale e spiagge, di cui abbiamo visto quella dell’isola dei Conigli, con la riserva marina di Lega Ambiente, dove nidificano protette le tartarughe marine e a un miglio circa dalla quale si è verificato il tragico naufragio del 3 ottobre 2013. Dopo secoli di presenze molto sporadiche, feudo dei Tomasi di Lampedusa, l’isola riacquista interesse dal punto di vista militare fra Sette e Ottocento; finisce col venire acquistata nel 1843 proprio per motivi strategici da parte del re di Napoli Ferdinando II che vi insedia dei siciliani di diverse provenienze (e dialetti) per farne una colonia agricola, oltre che penale, costruendo i “sette palazzi” visibili ancora oggi pur se in rovina. Intorno a questi si sviluppa la cittadina a pianta ortogonale. L’esperimento agricolo però fallisce e l’economia lampedusana vira sulla pesca, la pesca delle spugne (ad opera specialmente di greci, turchi, dalmati), che però distrugge i fondali marini, e la vendita del legname, che porta fra Otto e Novecento alla desertificazione dell’isola, famosa precedentemente per la folta vegetazione. Zona di confino in epoca fascista, con la seconda guerra mondiale ritorna in prima linea e si riempie di militari e bunker. Nel 1986 i missili sparati da Gheddafi paradossalmente la lanciano come meta del turismo di massa, prima italiano e poi internazionale. Già negli anni ’90 però cominciano gli sbarchi, dapprima sporadici poi via via sempre più frequenti e massicci, di migranti provenienti soprattutto dalle coste africane, accolti dagli abitanti in modo spontaneo, senza tanti problemi. La prima svolta è nel 2011: in cui, a seguito della prima delle cosiddette “primavere arabe” arrivano migliaia di giovani tunisini in fuga. L’emergenza è tutta sulle spalle dei lampedusani, che vi fanno fronte, tutti, con una generosità che però è impari a causa dell’enormità dell’ “invasione”. Dopo le violente proteste dei migranti costretti alla permanenza forzata sull’isola il governo Berlusconi consente la loro partenza; ma Lampedusa resta sotto i riflettori perché gli arrivi continuano a ritmi sempre più sostenuti, da tutta l’Africa e il Medioriente. L’altra data di svolta è il 3 ottobre 2013: il naufragio a soli 800 metri dall’Isola dei Conigli di un’imbarcazione, con centinaia di morti, uomini, donne e bambini, quasi tutti eritrei, mobilita tutta la popolazione nei soccorsi e nell’assistenza ai sopravvissuti, con una risonanza internazionale; ma porta anche a un cambiamento nella politica italiana e europea, consistente soprattutto nella militarizzazione delle operazioni di salvaguardia, assistenza e controllo dei migranti, rinchiusi nel centro di accoglienza “sorvegliato” da soldati e forze dell’ordine; ma anche nella militarizzazione della stessa isola. Con l’evento del 3 ottobre 2013 è iniziata in realtà una operazione di portata ben più vasta: il costosissimo rinnovo degli apparati militari delle varie armi dell’esercito italiano giustificato con questa “emergenza”, e il succedersi di una serie di interventi internazionali in mare che hanno spianato la strada a quelli su diversi scenari in Medioriente; in questo contesto quanto accade a Lampedusa è anticipazione e “rivelazione” delle politiche europee sull’immigrazione e sui rapporti internazionali. Germano, (l’organizzatore in loco del nostro breve soggiorno, che lavora con la fondazione “Migrantes” a un progetto vòlto all’acquisizione di consapevolezza degli abitanti relativamente agli eventi degli ultimi vent’anni e di promozione dell’integrazione fra persone di diverse provenienze residenti sull’isola), ci ha descritto una realtà sociale isolana piuttosto variegata e vivace, in cui notevole peso hanno il “partito degli affari” che prospera con il turismo (che fortunatamente non ha realizzato lo scempio ambientale abbozzato da Sindona negli anni ’70) e il “circo dell’assistenza” con i numerosi operatori (4-500 persone) che hanno creato un considerevole indotto economico. Oggi Lampedusa, in controtendenza nazionale, ha un saldo demografico positivo. La cosa ha dell’incredibile, perché per partorire le lampedusane devono trasferirsi a Palermo in aereo circa una settimana prima della data presunta del parto, affittando un appartamento: eppure i nati annualmente nell’isola superano i morti. La sfida per Lampedusa oggi è quella di conciliare un turismo attento all’ambiente naturale con l’accoglienza degli stranieri, che continua in forme diverse da prima, e, a detta del parroco, persino meno impegnative e meno difficili che nel resto d’Italia: infatti a Lampedusa la prima accoglienza si risolve in una permanenza molto breve di chi arriva dagli altri continenti, con rarissime eccezioni. Questa storia ci è stata raccontata con efficacissima sintesi prevalentemente dal responsabile dell’Archivio storico di Lampedusa; durante i due intensissimi giorni di visita ha avuto ripetute conferme e riprese dagli altri nostri interlocutori, pur di diverse estrazione, ideologia e modalità di coinvolgimento nel dramma degli sbarchi. Chi ha più marcatamente insistito sugli inquietanti aspetti politici e militari sono state Francesca e Annalisa, le ragazze del collettivo “Askavusa” (=“a piedi scalzi”) e Francesco, collaboratore delle Chiese Evangeliche italiane nell’attuazione del progetto di “corridoio umanitario” per i profughi siriani. Il collettivo ci ha ricevuti nella sua sede con vista sul porto, “PuntoM”, divenuta una specie di “museo” (in cui non si cataloga nulla per non cedere nulla all’estetismo e all’assuefazione visiva) ricavato da un magazzino di pescatori e grotta naturale annessa, dove ha esposto i più diversi oggetti trovati all’interno delle imbarcazioni dei migranti, raggruppandoli per categorie: pentole, lattine, scarpe, indumenti, audiocassette, libri (specialmente Bibbie, Vangeli e Corani), ecc. Il lavoro di raccolta è stato effettuato prima che le barche in questione finissero in discarica, con lo scopo del recupero e salvataggio della memoria degli sbarchi e delle traversate, che ora, con l’incarico ai militari di occuparsene, sono cancellati sempre più anche dall’orizzonte visibile dell’isola, dove pure continuano a verificarsi; anzi i salvataggi ora vengono preferibilmente effettuati di notte per non dare nell’occhio e non disturbare. Con pezzi delle imbarcazioni il collettivo ha costruito i portoni della sua sede/museo (per inciso, dal gennaio scorso nel “cimitero dei barconi” sono rimaste solo le imbarcazioni sotto sequestro perché arrivate con cadaveri all’interno). Questa raccolta è abbastanza conosciuta fuori Lampedusa e spesso richiesta per essere esposta in tutta Europa, anche in sedi istituzionali; ma giustamente il collettivo si rifiuta di esporre i pezzi se non gli viene data la possibilità di presentarli e di raccontare la dura realtà da cui provengono, spiegandone modalità di reperimento e attuale “sparizione” pilotata. L’intenzione non è quella di emozionare chi vede questi oggetti, ma di suscitare l’analisi critica dei fatti, il rigetto della propaganda crescente. Infatti le due ragazze, come gli altri isolani che abbiamo incontrati, rifiutano piuttosto insistentemente l’immagine che la “propaganda” ufficiale, italiana, europea e internazionale, trasmette di loro: spiegano che non esiste una Lampedusa unanimemente accogliente, esemplare per la sua disponibilità, ma una comunità variegata, con posizioni anche molto diverse, anche contrarie all’accoglienza dei profughi; una comunità che per anni ha tenuto fede alla sua vocazione millenaria di gente di mare che non può rifiutare salvataggio e soccorso ai naufraghi, ma ora fa i conti con l’aumento esponenziale degli sbarchi, con la loro spietata e industriale organizzazione da parte degli scafisti e dei loro mandanti, con il corollario di interessi enormi che si sviluppano nell’assistenza, e con una risposta internazionale che in realtà alimenta la continuazione del fenomeno nelle sue forme peggiori. Quanto alla raccolta di oggetti, esposti qui in modo molto suggestivo e eloquente, c’è stato anche qualche visitatore che, dopo averla visitata e aver sottratto qualche pezzo (!) o idea di composizione, si è organizzato in continente la mostra personale, cosicché il collettivo ha dovuto diffidarlo per vie legali. Francesco ci ha spiegato in che consiste il progetto “Mediterraneo nostro” del “corridoio umanitario”: organizzare voli aerei dalla Siria per l’Italia per alcuni profughi particolarmente a rischio (per motivi di salute o altri), annullando quindi i rischi del viaggio sui barconi (o sui gommoni usa-e-getta che si usano adesso, lanciati in mare dagli scafisti con dotazione di telefoni satellitari per chiedere aiuto ai mezzi italiani praticamente appena partiti dalla Libia). L’intento politico è quello di dimostrare che l’accoglienza pianificata, organizzata e ben distribuita dei profughi, oltre a salvare le loro vite e a smontare la martellante ossessione e propaganda dell’invasione, avrebbe dei costi di gran lunga inferiori a quelli attualmente a carico dell’intera Europa. Un’operazione condotta con i criteri di intervento e di spesa del corridoio umanitario delle chiese evangeliche consentirebbe di salvare tre milioni di profughi se vi fosse investita la stessa cifra elargita alla Turchia per la detenzione dei profughi in condizioni disumane (preludio al loro rientro forzato nei paesi d’origine), quindi all’attuale costo del loro respingimento. Da segnalare che il governo italiano è l’unico in Europa a aver approvato il progetto “Mediterraneo nostro”. Francesco ha insistito sulla necessità di un’ “offensiva” unitaria a difesa e promozione dei diritti di tutte le persone più vulnerabili nelle società europee, sempre più segnate dalle disuguaglianze: invece di fomentare il malumore sociale, il rancore, fino all’odio etnico nei confronti dei profughi accolti, che rischiano di apparire dei privilegiati agli occhi degli europei più poveri e bisognosi, urge rilanciare le battaglie sui diritti universali e condivisi, nella consapevolezza che delle disuguaglianze e della “guerra fra poveri” approfittano i pochi sempre più ricchi. Francesco, da quando è arrivato a Lampedusa, si è schifato della “pornografia della frontiera”, cioè del bombardamento massmediatico di immagini di profughi che alimenta la psicosi di massa dell’invasione e trasforma le tragedie in routine. Per raccontare quello che vede rifiuta le foto ormai abituali e invece, lui che non aveva mai disegnato prima, disegna, scartando perciò le prevedibili reazioni automatiche dei destinatari delle immagini, per suscitare interrogativi e associazioni mentali diverse, un altro punto di vista sui fatti. Molto decisamente spiega che l’Europa di oggi sta replicando quanto l’ha macchiata negli anni del nazismo, quando alcuni paesi e/o persone hanno rifiutato di mettere in salvo gli ebrei perseguitati, giustificandosi con la “retorica dell’invasione”: per lui oggi, con le stesse motivazioni fasulle di allora, costruite a tavolino (perché. dice, ”in Libano si può parlare di invasione, ma non in Europa”), si compie lo stesso criminale atto di allora, di rifiuto della protezione internazionale che è dovuta a chi è perseguitato. Sa quello che dice a proposito del Libano perché ci va per imbarcare sui voli –anche donati gratuitamente dall’Alitalia!!- i profughi “prescelti”, grazie alla convenzione stipulata con i competenti ministeri italiani. La domanda d’asilo di questi profughi è accompagnata da dossier talmente tragici da essere quasi automaticamente accolta. Tutt’ altro segno ha avuto l’incontro con Costantino, Rosamaria e Pilla, che hanno raccontato la loro esperienza passata e presente di accoglienza, in toni molto drammatici, nell’oasi verde dell’ antico santuario di Santa Maria di Porto Salvo, che racchiude pure le grotte degli insediamenti eremitici quasi leggendari. Costantino ha soccorso e salvato 11 migranti del naufragio dell’ottobre 2013, trovandosi casualmente coinvolto perché uscito a pesca con un amico. Il suo intervento ha avuto all’epoca grande risonanza, tanto da essere nominato da “Repubblica” “uomo dell’anno” a fine 2013. La tragicità dell’evento ci è passata con grande forza attraverso le sue parole; semplice muratore, con un’eloquenza sobria e vibrante Costantino ha descritto le condizioni in cui versavano i suoi “ragazzi”: sporchi dei loro bisogni e del carburante sversato dal barcone, ustionati, terrorizzati dopo mesi di sevizie che avevano lasciato segni evidenti sui corpi, violentati. “Non si dimenticano più quegli occhi”. Fra le persone da lui soccorse c’era anche una ragazza (e Costantino ha taciuto il gesto premuroso e pietoso con cui l’aveva coperta con i suoi indumenti, dato che era completamente nuda, come quasi tutti i sopravvissuti, spogliati da chi si aggrappa a loro per non affondare). “Le donne e ragazze sono quasi tutte incinte a causa delle violenze subite”. Le condizioni dei superstiti delle traversate sono confermate da Pilla, che con altri volontari riuniti nel forum “Lampedusa solidale”, va sul molo a accogliere i sopravvissuti degli sbarchi, portati fin là dai militari. Pilla ci ha sconvolti raccontando dell’incredulità con cui queste persone guardano chi finalmente, anche se solo momentaneamente, li tratta di nuovo come esseri umani, anziché pestarli, torturarli, violentarli, come succede fino a quando vengono imbarcati a forza, costretti nella stiva senza aria e luce quanti pagano meno, senza possibilità di uscire per alcun motivo, spesso asfissiati dai gas di scarico, e via via sopra di loro quanti hanno pagato di più. La sua “vocazione” speciale, che nel suo caso è tutt’uno con la sua fervida fede religiosa, è quella degli abbracci: il suo modo personale per restituire dignità e calore umano a chi arriva. Rosamaria, la moglie di Costantino, ha raccontato dei rapporti familiari instaurati con i ragazzi e la ragazza salvati dal marito. E’ diventata “mama Rosa” per tutti loro e per altri che in qualche modo sono arrivati a casa loro, a cominciare dai tunisini del 2011, e naturalmente è considerata tale da tutta la loro parentela. La sua calorosa semplicità e la forza comunicativa non ci lasciano dubbi che ai profughi sia apparsa come l’incarnazione della Provvidenza. Con qualcuno di loro è quotidianamente in contatto. Costantino e Pilla hanno anche sottolineato come, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non ci sia “routine” per i soccorritori di professione, che restano altrettanto provati dei volontari dal lavoro quotidiano, quando non ci rimettono addirittura in salute. Esprimono grande ammirazione e riconoscenza per questi operatori dei soccorsi. Quanto ai profughi li abbiamo visti passeggiare molto pacatamente per le strade della cittadina: nonostante la strettissima sorveglianza di esercito e forze dell’ordine escono dal centro di accoglienza attraverso dei fori nella recinzione. “Tutti lo sanno, ma fingono di non saperlo”. Gli abitanti di Lampedusa sono abituati, ma come ci ha detto il responsabile dell’archivio: “Se succedesse qualcosa, ufficialmente non sarebbe successo nulla, perché nessuno considera realmente presenti queste persone dove le si vede”. Insomma, fuori dal centro sono fantasmi. Per Francesco la loro catalogazione negli hotspot produce la loro effettiva impossibilità di integrazione “normale”: durissimo al riguardo, considera questo istituto la “fabbrica della clandestinità sfruttabile fino alla schiavitù”. Cosa opporre a questa gestione del fenomeno migrazioni? Come diceva Francesco, la priorità sarebbe quella del mettere al bando il commercio delle armi, far cessare le guerre, processarne i responsabili internazionali (per esempio pur ammettendo di “aver sbagliato” in Iraq Bush non ha pagato assolutamente nulla), ridurre il debito dei paesi poveri. Del resto, la priorità per i profughi, come diceva Costantino di sentirsi dire da loro, è “la pace nel nostro paese”. Le soluzioni alternative qua e là proposte alla gestione attuale del “fenomeno profughi” sono in linea con quanto sento dire a Antonio Calò, il nostro compagno di viaggio noto ormai in tutti gli ambienti della solidarietà per l’ospitalità che offre a casa sua a sei giovani profughi, organizzandone l’integrazione nel territorio di Treviso con una serie di iniziative fra le quali prioritaria è la formazione professionale. Il senso di impotenza, che ripetutamente provo, dovuto proprio all’esistenza di possibili modalità – documentate, non frutto di fantasie o velleità- molto più umane di affrontare il problema, deliberatamente occultate, taciute, quando non boicottate, garantisce un ritorno di interessi e guadagni a troppi attori in gioco, e appare schiacciante. Concludo questi appunti riguardando le poche foto che ho scattate col cellulare, quasi con l’imbarazzo di partecipare a quella “pornografia della frontiera” denunciata da Francesco, e ritrovo tre “monumenti” o opere significative: 1) l’Obelisco di Arnaldo Pomodoro, del 1988, in bronzo, alto 525 cm, progettato per la piazza di Lampedusa come monumento ai caduti di tutte le guerre ed insieme celebrativo della capacità di vivere. Raffigura sassi e corde dei marinai, rischi e rifiuti del mare; monumento all'esperienza estrema dei pescatori, quasi frutto del presentimento di quanto dopo poco sarebbe successo sull’isola. Una sorta di totem, prezioso e duraturo per il materiale solenne di cui è fatto; rielaborazione contemporanea dei monumenti istoriati nati per celebrare guerre, condottieri e conquiste, documento per la memoria. 2) la Porta di Lampedusa, Porta d’Europa di Mimmo Paladino, del 2008. Alta quasi 5 metri e larga 3, realizzata in una speciale ceramica refrattaria, che assorbe e riflette la luce, è stata concepita come una specie di faro simbolico rivolto verso i luoghi da cui partono i disperati, in omaggio a tutti i morti delle traversate del Mediterraneo, in ricordo di chi non è mai arrivato, su una punta di roccia che nasconde un grande bunker della seconda guerra mondiale. E' una porta puntata verso l'Africa: l'Italia finisce qui, dopo c'è solo il mare. E’ stata inaugurata ufficialmente con una processione partita dalle vie del paese il 28 giugno 2008 al tramonto. 3) il Crocifisso regalato dal papa, che a sua volta l’aveva ricevuto in dono dal presidente cubano Raúl Castro, opera dell’artista cubano Alexis Leyva Machado, (noto con il nome d’arte “Kcho”) e appeso sopra l’altare della chiesa: un Cristo dalla posa insolita, sofferta, umana, inchiodato su remi consunti di barca. La prima immagine che ho fotografato, superando la mia avversione, perché davvero “parlante”.