di Giuseppe Goisis 

  1. Una severa autocritica - Farò riferimento, in queste mie sintetiche considerazioni, all’importante articolo di Carlo Alberto Bolpin: “S. Weil: Europa Islam”. Lo seguirò passo passo, cercando di disarticolare e di trar fuori alcuni spunti che vi compaiono, di drammatica, ineludibile attualità. A sua volta, Bolpin si giova delle acute analisi di Simone Weil, così lucide e appassionate, dotate del consueto taglio coinvolgente dell’Autrice (la bibliografia di Weil che ho considerato è la stessa che Bolpin colloca in calce al suo scritto)1 . Esordirò con una breve considerazione di metodo: anch’io sono d’accordo che occorre un’analisi storica di ampio respiro, senza la quale i fenomeni contemporanei, isolati nella loro determinatezza, sfuggono alla comprensione da ogni lato; ma occorre, in pari tempo, che l’analisi storica e il gioco delle interpretazioni non si dilatino troppo, in un continuo sistema di rinvii, in maniera da perdere ogni capacità di ricostruzione. Semplificando, si potrebbe dire: cercare di indagare i fenomeni puntualmente, ma entro una visione dialettica capace di collegarli fra loro, in modo che non approdino a una condizione d’isolamento. Nella lettera enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, ma anche in alcuni abbozzi interpretativi di Naomi Klein, si manifesta questa convinzione: sfruttamento e miseria globale, guerre e degrado dell’ambiente non sono quattro questioni separabili, ma sfaccettature interconnesse, e solo considerandole nel loro intreccio sarà possibile proporre delle soluzioni appropriate e, in prospettiva, realizzare tali soluzioni2 . Non lo si sottolinea mai abbastanza: le idee, almeno quelle buone, recano con sé una luce adeguata, con il potere connesso di rischiarare il nostro cammino e di favorire scelte incisive ed efficaci.
  2. Lo spirito europeo: un continuo errare, ma anche una certa consapevole autocritica Bolpin evidenzia bene, a mio giudizio, come sorprenda lo stupore di molti interpreti, che vedono esplodere attorno a sé la violenza e non sembrano affatto in grado di scorgerne le radici; per carenza di cultura storica, e anche di uno sguardo sociologico più ampio e sincero, non intendono come tale violenza sia una cosa che ci riguardi, anzi una cosa “nostra”. È questa cecità, ieri tranquilla e oggi ansiosa, che ci fa paura. E qui inizia, o dovrebbe iniziare, un processo di radicale presa di consapevolezza; come si accenna, c’è una relazione fra il clima di pace, instauratosi in Europa dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale, e le tante guerre “per procura” accese, diffusamente, nel vasto mondo. Nonostante gli aiuti, spesso imponenti, che l’Europa ha procurato alla “geografia della fame”, non è cambiata totalmente, o così sembra, l’impostazione di dominio, caratteristica della mentalità coloniale: e così lo sfruttamento delle risorse, soprattutto in Africa, Asia e America Latina, è proseguito, con drammatica e accelerata cadenza. Proprio a cagione di tale saccheggio delle risorse, è cresciuta la miseria, vero inferno temporale dei popoli, e si è levato invano il loro grido contro l’ingiustizia. A ragione, si sottolinea come le stesse epocali migrazioni, che cambiano il volto dell’Europa, non siano accidenti senza connessioni con questo orizzonte generale; non basta lamentarsi degli esiti, se non si scende in profondità ad indagare i motivi, ma una visione solo spiritualista fatica ad offrire soluzioni che non siano soltanto moralistiche o evasive: il mero spiritualismo, dimentico dei corpi e della storia, fatica a diventar strutturalismo, sforzo di comprensione profonda e principio di azione riparativa metodica. Nella vita quotidiana, se percepisco che un’altra persona mi odia, o anche mi avversa, è bene che mi domandi quali conti ho in sospeso con lei, quali torti le ho fatto; su di una scala più vasta, occorrerebbe interrogarci, anche coralmente, su quali ingiustizie l’Occidente ha perpetrato, o lasciato perpetrare, ingiustizie che alimentano oggi la fuga verso i paesi più ricchi, ed alimentano anche il rincrudirsi del terrorismo (la misura valutativa personale non coincide completamente con quella collettiva, ma la dimensione micro si manifesta come un paradigma insormontabile per la dimensione macro: in altre parole, i dilemmi della coscienza non si possono espellere dalle dinamiche della “grande politica”). Beninteso, la radicalizzazione e l’estremizzazione politica che conducono alle scelte terroristiche non sono figlie solo del rancore e del risentimento, ma di una propaganda particolarmente coinvolgente, che si nutre e appoggia su quelli che chiamerei: i giacimenti dell’odio. Al Qaeda e Isis attingono a tali giacimenti; la loro “lettura” del Corano, di tipo semplificativo, volge gli adepti verso la Guerra santa, ma la correlativa predicazione non troverebbe, naturalmente, tanta efficacia senza le ferite, mal cicatrizzate, dell’arroganza colonialista e dello sfruttamento d’interi continenti. Sulla guerra esportata, a volte aviotrasportata, si può svolgere questa considerazione: quando si commerciano armi, magari desuete e quindi a prezzi scontati, non si applica che la tattica degli Utopiani, secondo il celebre libro di Tommaso Moro che compie i 500 anni dalla sua pubblicazione: gli Utopiani, inviando spie in tutto il mondo, fomentavano guerre distruttive, in modo che i popoli coinvolti si ammazzassero a vicenda, lasciando pacifica la loro bella isola (ma forse si tratta solo di un atroce scherzo, dove il riso del grande Umanista vuol segnalare le insuperabili miserie e contraddizioni di noi umani)3 . Non ritengo, tuttavia, che si debba indugiare soltanto sulle pagine nere dell’Europa, che sono tante; un tale atteggiamento rischia di essere infecondo. Il tollerare o procurare la povertà endemica, il fomentare o non arginare le guerre costituiscono solo una parte della complessa eredità dell’Europa, che ha nel pensiero greco (simbolo: Atene), nel diritto latino (simbolo: Roma) e nella grande tradizione etico-religiosa dell’Ebraismo e del Cristianesimo (simbolo: Gerusalemme) tre fulcri fondamentali; le tre grandi fiamme evocate sopra costituiscono, nell’assieme, un grande focolare, che può ancora riscaldare il cuore e l’intelligenza degli uomini europei, ispirandoli a ritrovare i loro migliori sentieri, che non sono quelli della guerra e dell’ingiustizia e, forse, alcune scintille di questo grande focolare possono accendere, in positivo, qualche cammino rinnovato anche nelle altre culture. Pure l’Illuminismo, in definitiva, si trova in prosecuzione del vasto sentiero aperto da Atene, Roma e Gerusalemme.
  3. Anche l’Illuminismo prosegue il Cristianesimo - Il cuore della modernità è costituito, a mio giudizio, da una principale linea di tendenza: la linea dell’autoemancipazione, dallo sforzo assiduo di pensare, con coraggio responsabile, l’intera condizione umana, rischiarandola nella luce di una sempre maggiore autenticità e profondità. Liberalismo, democrazia, diritti dell’uomo e sindacalismo rappresentano altrettante tappe di un diuturno processo di autoliberazione che, nonostante limiti e contraddizioni, dovrebbe essere considerato in maniera positiva. Beninteso, parlo di una modernità che coinvolge l’Occidente, soprattutto, che non è la semplice modernizzazione dell’industria, della tecnica e della fabbrica, con le correlative basi scientifiche. Certo, si può obiettare, l’universalità dei diritti dell’uomo ha conosciuto parecchie eccezioni, e la stessa democrazia è parsa più escludente di talune minoranze che davvero inclusiva. Ma tali deformazioni ed errori non intaccano la bontà originaria del progetto, anche se le varie critiche, mosse ad esempio dalla Scuola di Francoforte, colgono qua e là il segno: ad esempio, laddove si riconosce, attraverso un’indagine storica rigorosa, come i diritti umani riguardassero, in una certa fase, solo gli Europei o, addirittura, gli Inglesi, di norma non considerando il vasto universo femminile. In verità, l’idea di una legge naturale e di diritti da attribuire comunque a tutti i membri dell’umanità non è affatto un’idea “inventata” dall’Illuminismo, ma una scoperta degli Stoici antichi, sistemata e divulgata da Cicerone e sostenuta con vigore teoretico da S. Tommaso d’Aquino e approfondita dalla Seconda Scolastica; quel che l’Illuminismo ha impresso a questa prospettiva è soltanto una particolare formulazione, a partire dal “triangolo” filosofico, costituito, ai vertici, da Ragione, Natura e Felicità4 . A guardar bene, poi, nonostante le reciproche incomprensioni e gli interminabili conflitti, un filosofo che contempli il succedersi delle prospettive culturali “dall’alto”, non può non notare la continuità fra la tematica dei diritti dell’uomo e i tentativi cristiani di stabilire, sulla base dell’Evangelo, la dignità di ogni uomo, con il conseguente rispetto che gli è dovuto. Non per nulla Kant e Rosmini, per fare un esempio, convergono con assoluta convinzione sull’imperativo di non usare mai ciascun uomo “come mezzo” considerandolo invece come un “fine” in sé configurato. Anche per quel che riguarda la democrazia, può valere una simile argomentazione; con un pensiero inaugurato da Henri Bergson, e approfondito da Jacques Maritain, la democrazia sarebbe, costitutivamente e dunque per essenza, di natura evangelica; per intuire la derivazione, basterebbe considerare i tre ideali basilari della democrazia: la libertà, poggiante sui dinamismi della vita personale, l’eguaglianza, scaturente da una pari dignità e infine la fraternità, che non sarebbe altro che la fratellanza, additata, con decisione, come ideale orientativo dall’Evangelo5 . Non intendo, naturalmente, affermare che l’Illuminismo sia in tutto sovrapponibile al Cristianesimo, proponendone la coincidenza anche per quanto riguarda le evoluzioni successive, spesso le involuzioni, sia del Cristianesimo, sia dell’Illuminismo: ciò sarebbe, semplicemente, ridicolo. E non permetterebbe di capire i contrasti, assai acuti, intercorsi fra le due prospettive. Quel che sostengo invece, e naturalmente non da solo, è che Illuminismo e Cristianesimo si avvicinano per numerose analogie, in maniera tanto stretta che la causa odierna della libertà e della fraternità è indissociabile da ambedue, e ciò perché nascono da uno stesso terreno, da un medesimo movimento, essendo l’Illuminismo un tentativo di prosecuzione, e d’inveramento, del fenomeno cristiano
  4. Interviene Hannah Arendt, ad integrare Weil, e a spiegare ciò che è succeduto al Nazismo - Comunque, il quadro tracciato da Weil possiede alcuni elementi essenziali innegabili, pur con accentuazioni di notevole pessimismo; anzi, per certi versi, i suoi testi suggeriscono la presenza di un nocciolo profetico, nel senso che alcuni aspetti descritti si manifestavano ai tempi dell’Autrice come ancora acerbi e solo oggi, dopo un lungo sviluppo, sembrano mostrare tutta la loro carica di significato e di comprensione. Weil ferisce lo spirito utopico, e la catena più illusoria delle speranze; la mercificazione delle relazioni umane, la riduzione di ogni cosa a “materia”, la polarizzazione crescente tra ricchi e poveri e infine la pressione traboccante dei profughi che si accalcano lungo i perimetri dell’Europa: sono tutti fenomeni che hanno una relazione con lo sfruttamento neocoloniale di altri continenti e con il saccheggio connesso delle risorse. Lo stesso uomo che si autopercepisce come trionfatore splende di “trionfale sventura”, come suona la celebre conclusione della Dialettica dell’Illuminismo, e la natura dominata, non più avvinta all’uomo da alcun legame nuziale, sembra ribellarsi nel suo degrado, opponendo, accanitamente, limiti allo sforzo di tutto calcolare e tutto tesaurizzare… Quel che è più grave: non si coglie il delirio di tutto questo, ma lo si avverte, invece, come normalità, come una routine che sarebbe vano contestare6 . E tuttavia, sarebbe un bruciante errore se solo ci battessimo il petto per il nostro passato, magari il passato più vicino a noi; il male non è solo nel cuore della nostra “vecchia” Europa, dato che un seme è presente anche nelle altre culture e, comunque, tale seme anche altrove è cresciuto in modo rigoglioso, alimentandosi del panico, delle scelte violente e del terrorismo, soluzione totalmente errata a problemi drammaticamente reali. Accenno solo ad un discorso collegato, che occorrerebbe approfondire: la stessa cultura europea che ha configurato, e incoraggiato, il colonialismo, l’imperialismo e lo sfruttamento di gruppi sociali e risorse, proprio la stessa cultura ha evidenziato forti contravveleni; il meglio della cultura europea sembra consistere nella capacità autocritica, per cui il solidarismo, lo spirito libertario, il socialismo e il sindacalismo sono i frutti più positivi della medesima cultura. Non dimentichiamo, fra gli altri aspetti, che i leader del terzo e quarto mondo, che hanno promosso la rinascita e la sollevazione dei loro Paesi, si sono abbeverati della cultura critica dell’Europa, formandosi nelle maggiori Università europee; spirito critico e autocritico dunque, capace di rovesciare le questioni e di fare intravvedere, oltre la stretta dello sfruttamento e della miseria, le opportunità di una rinascita e anche di un nuovo dialogo; sì, perché lo sfruttamento, più o meno crudele, della natura, e in essa dell’uomo, aliena anche chi sfrutta, accecandolo, facendogli smarrire la sua umanità. Sono intuizioni che Franz Fanon, fra gli altri, sottolinea nelle profonde ed elevate pagine conclusive de I dannati della terra. Fanon non crede affatto all’umanesimo cartaceo, tronfio e retorico, ma non esclude che le lotte per la giustizia, in Africa e in Europa, non possano trovare un qualche rispecchiamento e perfino una qualche saldatura, proprio nel crogiolo della lotta comune7 . Come ha intuito lo studioso di politica Roberto Esposito, può essere opportuno integrare la lettura di Weil con quella di Hannah Arendt8 ; il guaio è che si tratta di una difficile integrazione, essendo gli itinerari teoretici delle due pensatrici piuttosto divergenti, in qualche punto alternativi. Ma proviamo ad inserire alcuni elementi desunti da Arendt. Codesta Autrice sembra caratterizzarsi per uno spirito tragico meno pervasivo; la sua assidua insistenza sul tema della natalità introduce un clima di pensiero più intensamente positivo, improntato ad un coraggio responsabile e a un realismo equilibrato. Di fronte al tragico ritornello, ripetuto da alcuni: “troppo tardi”, Arendt pare suggerire che ogni istante, nelle dinamiche politiche, può essere quello buono, quello valevole per trarci fuori da situazioni di crisi permanente e cristallizzata. Arendt, senza indulgere nella retorica peculiare di un pensiero troppo scopertamente positivo, infonde tuttavia della speranza, non quella speranza che come una cura palliativa è, in ultima analisi, un’illusione, ma quella speranza che diviene consapevole virtù, da coltivare, e anche strumento di lotta per un’emancipazione universale. Speranza della ripresa creatrice e non della meccanica ripetizione, conducendoci, in prospettiva, dalla degenerazione ad una corale rigenerazione. E tuttavia per altri versi le due pensatrici manifestano orientamenti e impostazioni fortemente simili. In particolare, la riflessione di ambedue attorno al Nazionalsocialismo contiene interpretazioni e puntualizzazioni analoghe, pur con accenti differenti; sia Arendt, sia Weil scorgono nel passato coloniale della Germania una dimensione trainante, procedente verso un esito totalitario. Su questo punto decisivo, si manifesta una convergenza significativa, ma le analisi di Arendt mi sembrano più precise ed estese. Nello sforzo della Germania di spezzare la resistenza di popoli africani come gli Zulu, i Bantu e gli Herero, si rivela una scelta di mezzi caratterizzati da una straordinaria brutalità: tali popoli vengono spinti a forza verso il deserto e le loro abitudini di pastori li votano presto allo sterminio9 . Nota Arendt: vi sarebbe un filo di continuità, ben contraddistinto, ad unire le avventure coloniali, con l’asprezza dei metodi usati, con il nascente Totalitarismo; proprio i nonni e i padri di alti gerarchi del Nazismo sono stati responsabili delle più crudeli “imprese” coloniali! Quando si lamenta l’insufficiente coerenza dei difensori della democrazia e dei diritti dell’uomo si ha certo ragione; ma pensiamo fino in fondo che mondo sarebbe quello in cui anche la memoria dei diritti dell’uomo si fosse cancellata. Nella difficoltà di dimostrare la radice teoretica di tali diritti, non va dimenticato il ragionamento rovesciato, che mostra, più che dimostrare, come un mondo senza democrazia e senza diritti dell’uomo sia come un mare tenebroso, che nessuna luce rischiara. Come già metteva in evidenza Norberto Bobbio, i diritti dell’uomo, in particolare, costituiscono un terreno di indagine problematico; tale problematicità riguarda il se i diritti dell’uomo sono passibili di fondazione, e anche come tale fondazione possa essere costituita: su questo punto, gli studiosi si dividono, ma quel che importa, in ultima analisi, è che tali diritti vengano condivisi, coltivati e promossi10. Gettando un ampio sguardo sul mondo, si comprende in modo innegabile come tali principi siano una questione troppo seria e delicata, riguardando aspetti di vita e dignità, per essere lasciata ai soli filosofi o giuristi di professione. Quel che, a sua volta, Weil evidenzia bene: la necessità che si radichi una “cultura dei doveri”, che integri, fino a divenir complementare, la prevalente “cultura dei diritti”; nel termine/concetto di “obbligo morale”, Weil sembra realizzare una sintesi soddisfacente fra diritti e doveri, connessi tra di loro come le due facce di una moneta; anzi, se si vuole affermare la priorità fra i due, tale priorità viene assegnata ai “doveri”, e non ai “diritti”… Anche qui, si deve insistere sul valore stringente dell’obbligazione morale, ma si deve collocarla in un orizzonte corale, e dunque più ampio, orizzonte che non toglie di valore all’Autrice, conferendole invece un più forte slancio. Mazzini, per fare un solo esempio, ma anche la parte più avanzata della filosofia del “nostro” Risorgimento, coltiva ed esprime idee analoghe a quelle di Weil, riconoscendo che ogni affermazione unilaterale dei diritti suona come una squilla di guerra, come una dichiarazione di guerra verso l’altro uomo, o gruppo sociale, o perfino nazione11. Per quel che riguarda la lotta a morte fra le democrazie occidentali e i totalitarismi fascisti, nazisti e anche comunisti, sia Weil sia Arendt spiegano la vertigine mimetica che ha condotto le democrazie a rispondere colpo su colpo, seguendo una logica di escalation, fino ad assumere le stesse terribili strategie dell’avversario; solo così si spiegano i bombardamenti a tappeto, le rappresaglie con la distruzione d’intere città e, infine, il tremendo sigillo alla Seconda guerra mondiale, con il lancio delle due bombe atomiche sul Giappone. Non voglio dire, allora, che i comportamenti siano stati i medesimi, non avendo imboccato le democrazie, in punti nevralgici, la stessa strada; sottolineo invece che in questo il Nazionalsocialismo sembra aver vinto, nell’aver costretto gli avversari, per stroncarlo, ad usare metodi simili di brutalità.
  5. Questa non è una conclusione - Rimane l’ultima, culminante questione: l’intreccio fra guerra e pace, una pace che spesso, portando nel suo seno l’ingiustizia, fa risorgere la guerra, e una guerra che si trascina senza intravedere punti di appoggio, condotta avanti con stanchezza abitudinaria, da leader apparentemente ciechi, che sembrano conoscere solo i codici feroci del conflitto armato. In un tal quadro, così frantumato e vulnerabile, si ripete, forse per consolarsi un poco, che il fattore religioso è solo un pretesto, invocato a copertura d’interessi ben più corposi e, spesso, ingiustificabili. Secondo il mio giudizio, questa interpretazione non coglie nel segno; il fondamentalismo religioso, nelle diverse forme in cui attecchisce, è un problema serio, è un problema grave; qui non si tratta di accusare le varie tipologie di fondamentalismo di “leggere” grossolanamente le Scritture e le tradizioni: una tale semplificazione, al confine con la deformazione, è evidente a tutti. Nondimeno, si tratta pur sempre della mobilitazione di universi religiosi e di energie, in senso lato, spirituali, e la qualità dell’ispirazione costituisce, mi sembra, un altro problema. Una “lettura” politica del fondamentalismo e dell’integralismo non può trascurare un punto fondamentale: il legame tra questi fenomeni e la forza che ne scaturisce, generandosi una coesione di gruppo che nessun dubbio, nessuna discussione pare in grado di scalfire: il fondamentalismo è forza, capace di generare e rigenerare miti, analiticamente indifendibili, ma, proprio perché indiscutibili, atti ad incendiare l’immaginario di persone e gruppi, infondendo una nostalgia potente di eroismo e idealità, in un’epoca in cui la gioventù, soprattutto la più smarrita, patisce la piattezza abitudinaria di un mondo percepito come desolatamente post-eroico. Prima di recuperare democrazia e diritti dell’uomo, il compito di una riflessione culturale che non voglia fare sconti e, simultaneamente, che non accetti di pascersi di illusioni: recuperare il valore pieno del dialogo, nell’epoca di una rivoluzione digitale che sposta, continuamente, il nostro sguardo verso un altrove tecnologico12 . Non c’è più il luogo del guardarsi faccia a faccia, di fissarsi negli occhi e di scrutarsi nel volto: ci si riduce, troppo spesso, a guardare i dati dell’altra persona in uno schermo. Qui non si tratta, naturalmente, di demonizzare le tecniche più avanzate, capaci di fornirci un aiuto di grande valore; si tratta invece di cogliere anche i risvolti etici e bioetici della questione. Si configura una sfida tecnologica appassionante: la rivoluzione digitale può essere vissuta non come uno stimolo, ma come un morbido guanciale in cui sprofondarsi, con il rischio che tale inoperosa passività affievolisca la memoria, soprattutto quella corale, trinceri nella solitudine, con il pericolo estremo di mortificare l’introspezione, quel moto decisivo, anche autocritico, che può condurci a ritrovare noi stessi. In breve, contro i codici feroci della guerra, affiora prepotente la necessità di scrutare l’altra persona e i gruppi umani mediante uno sguardo di lunga durata, gettato in profondità, come uno scandaglio, e non reso inautentico da barriere frapposte. La stessa umanità perennemente divisa da uno schermo, la stessa umanità combatte mediante l’interposizione dei droni, nel modo più anonimo e meno incisivo sulla coscienza, quasi riproponendo l’antico adagio: “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. A proposito dell’ “americanizzazione”, illustrata da Weil, occorre concludere, mi sembra, che gli Stati Uniti non sanno guardarsi allo specchio, o almeno così accade alla maggioranza dei suoi cittadini; se fino a qualche decennio fa si poteva parlare di un superamento prospettico della guerra (il cosiddetto Endism), attraverso una maturazione obiettiva delle circostanze e degli orientamenti culturali, oggi tali opinioni sembrano una beffa, o perlomeno una profezia che non si è avverata. In Libia, in Siria, nell’Afghanistan, nello Yemen, proprio in città chiave delle tradizioni apocalittiche come ad Aleppo, infuriano guerre atroci, tutt’altro che “fredde”, guerre dimenticate, o combattute per procura, disegnandosi il trionfo del più terribile dei commerci e dei guadagni: il lucrosissimo commercio delle armi. Le democrazie che, passo dopo passo, si sono tramutate in oligarchie, nelle quali il fondamento della rappresentanza si è cambiato nella quotidianità della rappresentazione, sono in prima linea in questi conflitti armati, diventando una caratteristica permanente di tali democrazie, in via di svuotamento, quella di essere democrazie armate. E anche il fenomeno, di straordinarie dimensioni, delle migrazioni suona come implacabile atto d’accusa contro l’ingiustizia che domina il mondo… Occorre sottolineare tuttavia, con altrettanta risolutezza, che il seme dell’errore non risiede negli ideali democratici e nelle formule politiche che hanno cercato di tradurre tali ideali; il seme dell’errore si sviluppa, invece, nel logoramento delle istituzioni, nell’invadenza degli interessi in gioco e infine nello strapotere delle lobbies, quelle associazioni che sussurrano ai potenti le soluzioni, con forza persuasiva irresistibile, a cui non s’accompagna, spesso, una corrispondente responsabilità sociale. Ma se i cittadini, noi come cittadini, non ci fossimo disaffezionati rispetto agli ideali democratici, se fossimo capaci di vigilare sulle istituzioni e d’infondere un’anima di partecipazione, allora la partita non sarebbe perduta; nessuna spallata, nessun colpo di mano dall’esterno potrebbe soffocare i diritti dell’uomo e le istituzioni democratiche se fossero presidiate, generosamente, dalla maggior parte dei cittadini. Nessuna invasione dei barbari: o le democrazie si svuotano dall’interno, s’inaridiscono a poco a poco, o rimangono vive ed efficaci. Ricapitolando, il fenomeno del colonialismo è stato assunto come punto di partenza; per giustificare il colonialismo, si è addotta la ragione della civilizzazione, ma, al di sotto, si può scorgere nitidamente la ragione della sottomissione e della spoliazione delle risorse, accompagnata, sovente, da una rapina dell’identità culturale profonda, fenomeno per il quale si può parlare non solo del genocidio di un popolo, ma anche della sua cultura. L’identità culturale di un popolo costituisce anche la sua dignità, quella dignità che riposa nell’origine di una Totalità (un popolo è una Totalità, per quanto con articolazioni differenziate)13 . Tuttavia, ho ripetuto in questo breve testo che non bisogna arrendersi al male, anche al male politico, e che non ci si deve rassegnare: le lacrime non hanno mai spento i grandi incendi della storia…14 . Di fronte al risorgere dell’odio, di fronte a quell’arroganza che tutto pretende di risolvere attraverso lo strapotere della tecnica e la superiorità finanziaria, occorre promuovere una profonda revisione culturale; se si rimane fermi ai parametri culturali d’oggi, che ci condizionano anche inconsapevolmente, veniamo inevitabilmente illusi da una pace che non avrà futuro, così che ogni fine di una guerra costituisce il preambolo di un conflitto nuovo, come è accaduto alla conclusione della Prima guerra mondiale, ma anche, molto più di recente, in Irak, dove il termine della prima Guerra del Golfo ha costituito il preludio della seconda, catastrofica guerra. Occorre infine una grande speranza globale, davvero corale, che trascini con sé il cammino dell’umanità; sono necessari dei veri e propri “Stati Generali” della cultura e della politica, sostenuti da modelli ideali insieme praticabili ed elevati, necessari oltre un mortificante realismo il cui nome più esatto è: cinismo; uno scarto verso l’alto, o meglio verso il centro, non un utopismo ideologico e perfettista, ma un’utopia collettiva, capace di luce progettuale e di ragionevolezza. Gli antichi schemi non valgono più, e valgono poco il mero spiritualismo, il puro idealismo e l’opaco moralismo, e anche quel personalismo spurio che è, in verità, un individualismo che non osa dire il suo nome. Vi sarebbe la mistica, a poter infondere un’animazione alla politica, ma occorrerebbe approfondire e precisare, in modo da non procedere ad un’indebita sacralizzazione della politica (la dimensione del Sacro, come ci ha insegnato fra gli altri R. Girard, può essere idolatrica e anche oppressiva, intrinsecamente violenta, costituendo il cuore del Cristianesimo il Santo, e non il Sacro). Quale mistica, allora? Una dimensione che provenga dall’interiorità, da ciò che c’è, nell’uomo, di più autentico e profondo, camminando dal basso verso l’alto, ma tramutandosi, alla fine, la ricerca ansiosa in abbandono, l’uomo cacciatore in preda, rapita dall’immenso amore di Dio. In conclusione, ritorno al “mio” Péguy e al modo con cui ha delineato il nesso fra mistica e politica. Ritorno al detto di Péguy: “la rivoluzione o sarà morale, o non sarà”; in Nôtre jeunesse (1910), Péguy aggiunge un leit-motiv che così suona: “ogni prospettiva sociale nasce come mistica e diviene politica”, per illustrare lo “stato nascente” (fermento, lievito ed effervescenza) dei primi sostenitori di Dreyfus e poi la successiva decadenza nel fango del politicantismo. Certo, un significato assai ristretto e degenerativo di “politica”, che mi pare questione troppo seria e vitale per essere lasciata ai soli politicanti di professione… Qui si tratta, in definitiva, di far rinascere la politica, di rigenerarla, imprimendole una direzione contraria, in una certa maniera “dal basso verso l’alto”; Péguy non ignorava la possibilità di questo contromovimento: “la politique se moque de la mistyque, mais c’est encore la mystique qui nourrit la politique même” 15 . In sintesi, per Péguy tutto nasce in mistica, ma tende, quasi per forza di gravità, a cambiarsi in politica; e tuttavia la formula completa pare la seguente: solo un grande fervore e un lievito penetrante possono risanare e far risorgere una politica degenerata, riportandola al suo “stato nascente”, nel quale prendono rilievo le varie, e talora convergenti, ispirazioni. Anche Péguy, pur socialista e giovanile ammiratore dell’utopista Fourier, era, come me, un radicale imperfettista, e scriveva, con un gustoso paradosso, come il guaio del suo tempo fosse che neppure il futuro era più quello di una volta. Oggi esitiamo: anche il senso del futuro è cambiato, o è il futuro stesso che sembra essersi eclissato?

1 Aggiungo un libriccino, sui nostri temi, chiarificatore: M. Crépon-F. Worms, La philosophie face à la violence, Éditions des Équateurs, Paris 2015. Weil viene fatta interagire con i maggiori intellettuali francesi del Novecento, da Sartre a Camus, da Merleau-Ponty a Lévy-Strauss, da Foucault a Deleuze e infine da Derrida a Lévinas.

2 Papa Francesco, Laudato si’, Edizioni Dehoniane, Bologna 2015, § 6; N. Klein, Resistenza climatica, “Internazionale” (1169), 2/8 settembre 2016, pp. 38-45.

3 C. Quarta, T. Moro. Una reinterpretazione dell’Utopia, Dedalo, Bari 1991, p. 396.

4 Cfr. B. Groethuysen, La filosofia della Rivoluzione francese, PGreco Edizioni, Milano 2016; G. Scholem, Il nichilismo come fenomeno religioso, Giuntina, Firenze 2016.

5 Per le metamorfosi e tribolazioni della democrazia, spesso ridotta oggi a “democrazia recitativa”, rinvio ad E. Gentile, Il capo e la folla, Laterza, Roma-Bari 2016.

6 Suggestive annotazioni in un libro recentemente tradotto: I. Schulze, L’utopia ferita. Per una critica del presente, a cura di S. Zangrando, Il Margine, Trento 2016; cfr. M. Cacciari-P-Prodi, Occidente senza utopie, il Mulino, Bologna 2016; v. pure Aa.Vv., Senza la guerra, il Mulino, Bologna 2016.

7 F. Fanon, I dannati della terra (1961), Einaudi, Torino 1971, pp. 173-183.

8 R. Esposito, L’origine della politica. Hannah Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 2014.

9 Il mondo spettrale del colonialismo germanico, entro il continente nero, è ben illustrato da H. Arendt, Le origini del Totalitarismo (1948), introd. di A. Martinelli- con un saggio di S. Forti, Einaudi, Torino 2004, cap. VII, pp. 260-271.

10 N. Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi, Torino 2005, cap. I.

11 S. Weil, La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, trad. it. di F. Fortinipostfaz. di G. Gaeta, SE, Milano 1990, pp. 13-8.

12 S. Turkle, La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale, Einaudi, Torino 2016

13 Cfr. S. Weil, Sul colonialismo, Medusa, Milano 2003; per le considerazioni che seguono, faccio riferimento, in parte, ad I. Kant, Che cosa significa orientarsi nel pensiero (1786), a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 1996.

14 G. Caramore-M. Ciampa, La vita non è il male, Ponte alle Grazie, Firenze 2016.

15 “La politica si fa beffe della mistica, ma è ancora la mistica che nutre la politica”, in C. Péguy, Nôtre jeunesse, Oeuvres en prose (1909-1914), Gallimard-La Pléiade, Paris 1968, p. 542; cfr. C.A. Bernard, Il Dio dei mistici. Mistica e azione, III, San Paolo, Cinisello B. 2004.