di Lucia Bucci - GIOIA MIA! L'annuncio del tuo arrivo,dopo così tanto tempo, è stato come uno squarcio di sole dopo un temporale. Quando torni, spesso in modo inatteso e improvviso, dai una carezza ai nostri pensieri,incupiti dai problemi quotidiani e, come per magia,li trasformi, rasserenandoli. Tu, con il tuo leggero ma profondo modo di parlare, ci permetti di capovolgere ciò che vediamo negativo, facendo affiorare il meglio di ciascuno di noi.

E' un dono, sai? In un periodo difficile come quello che stiamo vivendo, è facile lasciarsi andare al pessimismo e alla rassegnazione. Invece tu, con il tuo sguardo luminoso, il tuo sorriso sereno, anche senza proferire parola, ci dice che ogni difficoltà, ogni inciampo della vita può essere visto come un' opportunità per scoprire il “migliore me”. Prendere la vita con un tocco lieve, di allegria, fa pensare anche alla morte in modo diverso. Sì, con te anche “la Signora dalla lunga falce” si può incontrare ad occhi aperti, senza troppo timore, anzi, con la curiosità verso un nuovo e sconosciuto viaggio. Io e tuo padre ringraziamo Dio ogni giorno, per la presenza tua nella nostra vita che ci ha insegnato quanto l'Amore, per essere autentico, si debba regalare a piene mani, gratuitamente, senza nulla chiedere in cambio. Declinandosi mai all'imperativo . Sai, eri arrivata troppo presto e io non ero pronta ad accoglierti...ma chi lo è mai…? Però, quando mi è stata data la conferma della tua presenza dentro di me, subito la felicità ha pervaso la mia vita, che vuol dire fare spazio all'imprevisto...e quell'imprevisto eri tu! Vieni presto, anche senza preavviso,così che i nostri volti coperti di reticoli del tempo, si distendano in un sorriso come i fiumi che arrivano in pianura. Gioia mia, ti aspetto con trepidazione, pronta ad ignorare i dolori del mio povero corpo, anche loro muti nel momento del nostro abbraccio, pronta ad asciugare le lacrime, così che i miei occhi, finalmente, balleranno con i tuoi e, insieme, si fonderanno in un unico, amorevole sguardo, figlia mia adorata. Così, con un sorriso gioioso, ti saluta e ti bacia


di Carlo Rubini - Prendo atto delle diversità costitutive e lessicali che ci sono tra felicità e gioia. Probabilmente è vero che l’una è momentanea e più individuale e l’altra invece si allarga nel tempo ed è più corale e più condivisa. E si pone sul piano dell’amore e della reciprocità. Pur tuttavia i due termini che descrivono queste due condizioni dell’essere umano sono molto vicini tra loro e sovente intercambiabili nell’uso. E l’uso, si sa, detta legge. D’altra parte la nostra vita è fatta di individualità e di relazione. Pensare di scindere o solo di valorizzare una dimensione rispetto all’altra è una comprensibile operazione culturale che però si scontra con la realtà. Diciamo semmai che il passato, quello dei secoli bui e dell’eterno medioevo trasversale a tutti i tempi storici, ha sempre umiliato la soggettività e l’individuo a favore di un collettivo-massa silente assoggettato al potere politico e al potere religioso. Diciamo anche che la scintilla del riscatto umano si è accesa quando i diritti del soggetto sono stati per la prima volta scanditi a tutte lettere facendo dell’individuo negato un cittadino con una dignità mai conosciuta prima. Da questo punto di vista è forse corretta la lettura del diritto alla felicità presente nel testo della Costituzione Aamericana come diritto prima di tutto individuale; ben sapendo però che l’insieme di diritti individuali genera una felicità, come dire, socializzata, comunicata e relazionata, quindi collettiva. La felicità di ciascuno è felicità di tutti, non c’è dubbio. Diciamo anche che la lettura distorta e di comodo della felicità individuale ha prodotto negli ultimi due secoli un’esasperazione progressiva dell’individualismo capace anche di calpestare i diritti degli altri e delle loro felicità in nome solo della propria. Un controsenso. D’altra parte le letture distorte di un testo base hanno spesso portato al loro contrario, cristianesimo docet. La mia insufficiente conoscenza dei testi sacri non lo è tal punto da non ricordare quante volte in quei testi Dio, Padre e Figlio, conosca le nostre vite e le nostre storie, una per una si potrebbe dire e parli a ciascuno di noi e solo con noi e non con altri contemporaneamente. Ed è però altrettanto vero che è la dimensione agapica dell’amore a creare le condizioni della gioia che è fatta di dono reciproco e di fratellanza. Anche il Dio della fede dunque contempla soggetto e relazione. Non nega e non dimentica però neppure l’altra dimensione dell’amore, quella dell’eros, benessere e piacere ( felicità? goia?) non solo nell’atto d’amore ma anche per ciò che determina nel generare e nel prolungare all’infinito la vita. La mia conoscenza del Cantico dei Cantici è basata sul solo ricordo di suggestioni e di un apprezzamento soprattutto sul piano letterario. E’ dunque sicuramente una memoria selettiva e riduttiva se estrapola pezzi dal contesto. Eppure la suggestione resta. Oggi abbiamo la facilità di andarcelo a cercare facilmente su goole il Cantico. E come non trovarci la gioia quasi in estasi dell’amore-eros e generatore in queste e in molte altre parole: “ Chi è colei che sale dal deserto,//appoggiata al suo diletto?//Sotto il melo ti ho svegliata;//là, dove ti concepì tua madre,//là, dove la tua genitrice ti partorì.

Mettimi come sigillo sul tuo cuore,//come sigillo sul tuo braccio;//perché forte come la morte è l'amore,//tenace come gli inferi è la passione://le sue vampe son vampe di fuoco,//una fiamma del Signore!//Le grandi acque non possono spegnere l'amore//né i fiumi travolgerlo.//Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa//in cambio dell'amore, non ne avrebbe che dispregio.”(CdC. 8, 5-7) Abbiamo la facilità di andarci a cercare anche l’Ecclesiaste o Qoélet e lì il discorso è più complicato e contraddittorio, perché nasce dalla constatazione che tutto è: …“Vanità delle vanità, dice Qoèlet,//vanità delle vanità, tutto è vanità.” (Q 1,2) E allora c’è ricerca, anche disperata, di vederci chiaro, ma dal Signore si riceve in questa vanità anche il dono di una certa gioia di vivere: “ Non c'è di meglio per l'uomo che mangiare e bere e godersi il frutto delle sue fatiche; mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. Difatti, chi può mangiare o godere senza di lui? » (Q 2,24-25 ) E più avanti: Va', mangia con gioia il tuo pane,//bevi il tuo vino con cuore lieto,//perché Dio ha già gradito le tue opere. ( Q. 9, 7-8) La gioia è dunque qui con noi ora, sembrano suggerire queste parole. Siamo esasperati dall’idea di futuro, terreno e celeste, e viviamo il presente in continua depressione perché non ci soddisfa mai. Se avessimo più sviluppato il senso della nostra storia e della macrostoria sui tempi lunghi, il presente apparirebbe sotto un’altra luce, meno negativa. Più gioiosa. La storia è un lungo cammino della libertà. Dall’oppressione e dai vincoli naturali. Il disegno divino, anche per chi ci crede, è donato, ma il riscatto progressivo dalla schiavitù è nelle mani dell’uomo ( “il Signore ha gradito le tue opere” dice il Qoélet). Non credo sia improprio richiamarsi a questo proposito alle Chiese Riformate nel loro cinquecentenario e richiamarsi alla loro lezione. Se si guarda questo grandioso percorso storico non sempre lineare, fatto anche di molti arretramenti, ma con una inequivocabile tendenza al meglio, non solo ci si riconcilia con il presente ma si guarda al futuro con maggiore positività, con tranquillità e minore ansia escatologica. La gioia è anche vivere bene con se stessi per vivere bene anche con gli altri, qui e adesso.


Giancarla Codrignani - LA GIOIA NON E' "LA FELICITA'" - Esodo, novembre 2016 

Lucrezio rivolge un inno a Venere "gioia degli uomini e degli dei" e, nel quadro del materialismo epicureo - che non negava il divino, anche se lo riteneva distaccato dal disordine umano - coglie il senso della gioia nella bellezza della natura, madre affettuosa a cui la terra regala fiori profumati, il mare sorride e tutte le creature, prese dal suo fascino, si riproducono nella dolcezza di un amore che rende creativi anche i poeti. La gioia non è la felicità; e nemmeno l'allegria. La felicità è ben più impegnativa ed è temerario cercarla nella Costituzione americana, che pur si impegna a realizzarla per i cittadini. Aristotele la attribuiva all'individuo: è il fine ultimo del suo agire nella vita. Non può coincidere con il piacere, comune agli altri animali; non è la ricchezza, che rappresenta solo un mezzo per realizzare altri fini; non sono gli onori, la carriera, al limite il potere che gratificano chi li riceve e, al massimo, ne rafforzano l'autostima. La gioia non richiede l'impegno cos' difficile che i filosofi attribuiscono alla felicità, che arriva, tutto sommato, se gli dei vogliono. Alla gioia ci si educa: forse per questo Einstein diceva che è "l'arte dell'insegnante, che risveglia la gioia della creatività e della conoscenza". Recalcati rinforza il concetto e parla di "eros dell'ora di lezione". Sta più nel dare che nel ricevere, si dice; anche se ci fa quasi felici soprattutto l'essere amati. Il tempo che fugge, la malattia, la morte la condizionano; tuttavia nessun sentire umano è stabile. Infatti il limite precede ogni consapevolezza di noi e del nostro volere. Non a caso il tempio di Apollo a Delo recava su un frontone la regola del "conosci te stesso", sull'altro il richiamo a prestare attenzione al "limite umano". Le religioni sono sempre state, ovviamente, coinvolte e spesso il loro emergere da paure e componenti sacrificali è stato punitivo per la ricerca di piaceri e gioie. Noi cristiani dovremmo essere stati sempre gioiosi, proprio per fede se non per grazia. Papa Francesco ha ricordato che Gesù è venuto a portare la gioia a tutti e per sempre. Ma anche Papa Francesco è soggetto al limite storico: non solo anche il cristianesimo è stato predicato per lunghe fasi sotto il simbolo della croce e della punizione dei peccati, ma nella modernità rischia di perdersi se non si fa segno di amore che dia gioia. Tuttavia non possiamo essere gioiosi, nemmeno interiormente, in situazioni di sofferenza e di difficoltà, soprattutto di altri, quando non del mondo intero. O forse è vero che anche i problemi, le disavventure, le sventure possono non intaccare lo spirito? Può essere, ma soltanto se ci facciamo carico delle pene di altri esseri umani e li soccorriamo nei loro “terremoti” oppure se partecipiamo ai problemi generali che con una parola chiamiamo politica e che sollecitano una responsabilità implicitamente amorosa che fa stare bene. Se dio fosse solo giudice difficilmente sarebbe gioioso, mentre come creatore vede che non è male quello che ha fatto e che dona agli umani; sono oro che dovranno sul suo esempio diventare creativi e - nonostante le parentesi di dolore, difficoltà, sconfitte - amorevoli nei confronti del donatore e degli altri viventi. L'amore, quello umano come quello universale, è sempre laetitia, gioia. E' dunque certo che la conoscenza e, subito dopo, la solidarietà e la condivisione attivano la gioia sostanziale dello spirito. Che è anche grazia, riducibile alla saggezza popolare: non giova vedere il bicchiere mezzo vuoto, perché, sapendo che non è pieno, vederlo mezzo pieno diminuisce la carenza. C'è il dovere del discernimento: viviamo una fase di enorme trasformazione del mondo e la paura dell'ignoto ci impedisce di tentare di capire quale sarà, se ci sarà, il futuro e di osare inventarlo. Quando quasi tutto cambia, dovrebbe essere naturale sentirsi almeno curiosi - o addirittura pensosi quelli che hanno figli (ma i figli li hanno tutti) – della qualità di vita della prossima generazione per non ingombrarle il cammino. Non c'è gioia nel guardare inerti il passato, perché fa già parte di noi, ma è inesorabilmente compiuto. Avere alle spalle il secolo delle due guerre mondiali dai cui errori abbiamo ereditato anche la microconflittualità degenerata in quella "terza guerra mondiale" denunciata da Francesco, non è gran cosa. Abbiamo goduto anni di maggior benessere, dissipato in abitudini consumiste, e subiamo crisi che sarebbero state evitabili se avessimo condiviso il superfluo con i paesi più sfruttati e poveri che oggi vengono da noi. Chi ha a cuore la vita politica della collettività umana denuncia i limiti del capitalismo: perché non pensare che le trasformazioni meccaniche che hanno cambiato il significato del lavoro e della vita non sono destinate a produrre solo disoccupazione, rabbia, odio e guerre, ma possono aiutarci a cambiare sistema? Chi è vissuto producendo merci come se fossero fini, può pensare che vero fine sono i bisogni umani, che sono illimitati e si chiamano salute, educazione, cultura, ambiente, relazioni internazionali, altro mercato.... Il denaro si stampa sempre allo stesso modo, ma si può investirlo nel benessere umano, che in concreto chiede servizi sociali e miglior fruizione di vita. In una sua intervista Frei Betto, il noto teologo brasiliano che quest'anno ha partecipato al festival della letteratura di Mantova, sosteneva che “la grande sfida di oggi” non sta tanto nell’aver fede “in” Gesù (“anche Mussolini, anche Hitler, anche Pinochet l’avevano”) quanto nell’avere noi la fede “di” Gesù: "Ci adeguiamo o decidiamo di rompere la gabbia del sistema per creare una rete globale di solidarietà e conoscenza?”. Oppure ci siamo dimenticati la gioia di quando volevamo cambiare il mondo (che è ancora lì, per essere cambiato)?


Carlo Bolpin, Gianni Manziega, Lucia Scrivanti - EVANGELII GAUDIUM. SINTESI DELLA LETTURA REDAZIONALE.

L’esortazione apostolica si rivolge ai cristiani e parla della gioia cristiana, propria del Vangelo. Fonte della gioia è l’evento pasquale (par.1), l’incontro personale con Gesù Cristo (3). Quindi parla di una gioia non come la dà il mondo, ma che viene da Cristo e non dall’umano né dalla natura. Infatti: è “più che umana”, nasce dallo Spirito (8). La gioia è quindi contenuto dell’annuncio evangelico ma è pratica vissuta e comunicata in quanto non è frutto di una dottrina ma di una relazione con Cristo. Nella nostra lettura abbiamo considerato che questa “diversità” cristiana non è però escludente. In primo luogo, questa gioia non è angelica né solo interiore, ma vive nella concretezza piena della condizione umana, propria di tutte le donne e gli uomini. Questa gioia ha conseguenze forti e precise fino alla dimensione politica, nell’impegno per la polis (Cap.2 e 4). Responsabilità e doveri, limiti e contraddizioni sono comuni a tutte le donne e gli uomini senza privilegi e separatezze in quanto cristiani. In secondo luogo, la grazia, la vita di Dio in noi (che rende Figli di Dio, più che umani) non è esclusiva dei credenti, ma è propria di chi ama, ciascuno nella propria differente originalità. La discriminante non è tra credere e non, ma tra chi dona la vita o no, tra chi diffonde gioia e chi la toglie, la tiene per sé. “Chi desidera vivere con dignità e pienezza non ha altra strada che riconoscere l’altro e cercare il suo bene” (9). “La vita si rafforza donandola e s’indebolisce nell’isolamento e nell’agio”. “La vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri” (10). Dove c’è carità, là c’è Dio, la grazia. Con chi opera carità e giustizia il cristiano vive la gioia del Vangelo, anzi impara da questi, come minore. (9) La dignità e la pienezza umana sta nel cercare il bene dell’altro: svuotarsi del proprio uomo vecchio, dell’io autocentrato, per vivere la pienezza delle relazioni, dell’essere uno per l’altro. Questa è l’essenza e la fonte della gioia. Questa è condizione comune a tutte e tutti: siamo responsabili del male nel mondo . Con una differenza radicale data dal credere che Cristo sia la manifestazione e realizzazione dell’amore di Dio, che non è energia o Bene indifferente, ma patisce con noi e con tutta la creazione e che in Cristo ha vinto definitivamente la morte. “La creazione intera partecipa di questa gioia della salvezza” (4): per questo ogni creatura è lode a Dio (Enciclica Laudato sì, nella linea di Francesco d’Assisi). L’al di là non è la giustificazione della gioia oggi. La salvezza è già realizzata e va vissuta nel mondo perché la pienezza dell’amore di Dio si è già manifestata e realizzata in Cristo per noi e per l’intero creato. Noi però siamo nel tempo, tra il già e il non ancora, possiamo portare morte e distruzione oppure liberazione e gioia, e vediamo oscuramente senza riconoscere la zizzania dal grano. Missione gioiosa della chiesa. A immagine di Dio trinitario che è relazione, amore che si diffonde e si incarna, “Il Bene tende sempre a comunicarsi” (9) “Ogni esperienza autentica di verità e di bellezza cerca per se stessa la sua espansione”. Questa è la dimensione “missionaria”, evangelizzatrice, che è inclusiva, non per proselitismo, di dottrine e di etiche, ma per attrazione dei testimoni gioiosi in forza della carità. Compito dei cristiani è la testimonianza di essere sempre amati da Dio, senza merito, non per le proprie opere e sforzi di ascesi (12). Siamo anzi più amati e cercati se smarriti, perduti. Dio irrompe imprevedibile, chiama e ama per primo (12, 24) senza attendere risposta: nessuno è escluso. La chiesa deve convertirsi, essere sempre “in uscita” dalle proprie sicurezze tese ad autoperpetuarsi. A partire proprio dal Papa (32). Più volte significativamente viene usata la parola “riforma” (17, 25, 27) permanente della chiesa per fedeltà a Gesù Cristo; non è semplice aggiornamento, rinnovamento. Una svolta radicale riguarda il concetto stesso di missione: non portare Cristo al mondo, la presenza della Chiesa, la dottrina, l’etica, ma imparare a vedere, a incontrare Cristo nelle periferie del mondo, nei crocifissi e risorti, negli scarti. I ciechi, gli zoppi, i lebbrosi, i sordi, recuperano la loro dignità e non sono più esclusi, i morti ritornano a vivere, mentre ai poveri è annunciata la Buona Notizia: questo è l’annuncio e l’agire di Gesù, che in questo modo rende visibile e tangibile l’agire stesso di Dio, che non incontriamo direttamente attraverso nostre esperienze e conoscenze individuali. “La comunità evangelizzatrice si mette, mediante opere e gesti, nella vita quotidiana degli altri, (…) ne assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo” (24). “Gli evangelizzatori hanno odore di pecore”, accompagnano l’umanità senza la pretesa di tagliare la zizzania dal grano, ma lasciando “fruttificare” la Parola che manifesta la sua imprevedibile potenza liberatrice e rinnovatrice, ed è libera dall’esito (21).

Non è un discorso buonista, non dice che tutto è bene e gioia: la gioia della fede si vive nella vita concreta, non nello stesso modo in tutte le tappe e circostanze della vita, anche molto dure. Si adatta e si trasforma, rimane come spiraglio di luce che nasce dalla certezza di essere amato, al di là di tutto (6). Rifiuta il pessimismo come l’ingenuo ottimismo consolatorio in un al di là o in un Bene e in una Bellezza che sarebbero immanenti nella natura e nella storia, in “energie armonizzanti” (90). Abbiamo invece riflettuto come pensare questo sarebbe un inganno verso la gran parte dell’umanità che soffre ingiustizie, miseria e come il Vangelo significhi essere radicalmente interrogati fin nelle proprie viscere da chi soffre, per testimoniare che Dio è amore fino a dare la vita per liberare dalla morte, dalle sofferenze e dalle ingiustizie. La com-passione, la condivisione delle sofferenze dei singoli e dei popoli, non deriva da sensi di colpa, né è processo ascetico interiore, non si ferma a condividere il “destino” dei popoli che subiscono il male, ma è atteggiamento attivo per togliere le condizioni che rubano la gioia, impegno concreto “politico” a individuare e combattere i fattori del male. È dalle periferie e dagli scartati che il mondo ricco deve farsi convertire, con tutte le conseguenze politiche che sono sviluppate nelle altre parti e in tutti i discorsi di Francesco. La conversione è però in primo luogo personale, riguarda tutti ad ogni livello, nella chiesa come nella società: la domanda è come dare gioia e quali comportamenti rubano invece gioia. Questa è l’evangelizzazione concreta. I cristiani non riescono a parlare al e nel mondo non perché la gente è sorda e non obbedisce più ai Vescovi, ma perché non testimoniano più la carità, e se è un problema di linguaggio lo è in quanto nei cristiani non c’è relazione tra le parole e i fatti, non si vedono e non si ascoltano più le gioie e i dolori delle persone e dei popoli. Se la chiesa oggi non comunica gioia è perché non vive il Vangelo. Tocchiamo uno dei nodi centrali della nostra riflessione: il paradosso della radicalità della sequela di Cristo, che vive assieme la più profonda sofferenza fisica e spirituale e la gioia dell’amore, l’esperienza assieme di essere abbandonato e amato. Come i mistici, come Francesco Assisi che ha avuto il dono dell’hilaritas e delle stigmate. Nella storia e nella esistenza delle persone vediamo crescere il male e il bene (senza garanzie di vittoria), dolori e gioie. Siamo nella notte e cerchiamo di scrutare la luce. 'Sentinella, quanto manca al giorno? Sentinella, quanto resta della notte?'. Risponde la sentinella: il mattino viene, ma è ancora notte! Se volete domandate, chiedete, tornate e domandate ancora» (Isaia 21,11-12). Cristiani senza gioia. In particolare il par II del cap 2 significativamente intitolato “le tentazioni degli operatori pastorali”, pone con il linguaggio semplice del Vangelo, non dottrinale e deduttivo, ma sapienziale e concreto, la domanda perché non c’è gioia nella azione e nella vita dei cristiani (dai laici ai preti ai Vescovi)? Nell’individuare le cause Francesco non ha alcun accenno a visioni doloristiche di un cristianesimo caratterizzato dall’espiazione, dal sacrificio e dalle mortificazioni, anzi oggi il problema è che non vi è più spazio per gli altri, non si ascoltano e vedono i poveri e i sofferenti (2 e 270), si evita il dolore e la morte, non si è capaci di piangere con gli altri. “Il grande rischio del mondo attuale (…) è una tristezza individualistica che scaturisce dal cuore comodo e avaro, (…) dalla coscienza isolata. Quando ci si chiude nella propria vita interiore seguendo i propri interessi e progetti, la propria autoaffermazione, non si gode più della gioia dell’amore” (2). Si cerca la stima e l’autocompiacimento per realizzazioni autoreferenziali. Anche i credenti corrono questo rischio e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita, pur nell’apparenza di vitalità e di attivismo: la fede degenera nella meschinità (83) e i cristiani sono “mummie da museo” preda della “psicologia della tomba”. Delusi dalla realtà che non è quella delle proprie aspirazioni e visioni, si attaccano a una “tristezza dolciastra, senza speranza”, senza fede. Francesco denuncia con durezza questi mali nelle relazioni interne alla chiesa (98-100) e nella società. Inventa termini molto incisivi: accidia egoistica e paralizzante; grigio pragmatismo; desertificazione spirituale; relativismo pratico e consumismo spirituale per il morboso individualismo che si preoccupa dei propri spazi di tempo, di potere, di gloria, del successo dei propri sogni; spiritualità del benessere e teologia della prosperità, che pongono al centro la propria esperienza soggettiva senza volto dell’altro in una ricerca interiore immanente. Come denunciava don Milani un fattore di fondo è la “mondanizzazione spirituale” che “cerca la gloria umana e il benessere personale” (93) e che assume le logiche e gli strumenti del mondo. Porta alla spersonalizzazione (82) tesa al fare, ai risultati, all’organizzazione e non attenta al modo in cui si realizzano le opere, ai comportamenti che cercano la felicità dell’altro, alla cura delle buone e belle relazioni, della crescita della comunità, dell’amicizia civile Ogni difficoltà e insuccesso personale porta alla chiusura in sé e al conflitto con altri, al senso di frustrazione e di insoddisfazione, ad atteggiamenti di invidia, rancore e di competitività, ricerca di legami ristretti. I doveri sono vissuti male. La mondanità si alimenta da due modi, connessi tra loro, di immanentismo antropologico (94): gnosticismo come ricerca chiusa nell’immanenza della propria ragione e de propri sentimenti, nel soggettivismo dove contano non le relazioni, gli eventi, ma la propria esperienza, la crescita interiore, il modo in cui si riesce ad affrontare i problemi; neopelagialesimo autoreferenziale e prometeico di chi fa affidamento sulle proprie forze, e si sente superiore per l’osservanza delle norme e per la sicurezza dottrinale disciplinare. È un elitarismo narcisista e autoritario anche nella forma di servizio e di evangelizzazione, che blocca invece che facilitare l’accesso alla grazia e alla gioia. Anche nel deserto, nei luoghi aridi in cui viviamo, dobbiamo essere “persone anfora” per dare da bere agli altri (86). È una bellissima espressione, radicalmente impegnativa e dirompente: l’anfora a volte è una pesante croce. Significa non riempirsi di sé, né di opere e poteri, successi e sicurezze, ma svuotarsi per essere riempito di un’acqua viva, altra rispetto a quanto si contiene e si riesce a produrre. Ogni nostra forma di potere, di possesso è un ostacolo a questa capacità di dare: rischiamo di pensarci pieni di noi stessi, non minori, bisognosi. Abbiamo paura di perdere quanto crediamo di essere e possedere se “sprechiamo” per l’altro, anche per chi non può darci che il proprio volto sofferente, senza energia, possibilità di scambio. La gioia non sta nel donare, né tantomeno nella relazione (vale semmai per chi riceve) ma nell’essere nella pienezza del Tutto Amore, nell’uscire da sé affinché il Tutto Amore viva nel contingente, riempia il particolare, sia Tutto in tutti. Non è frutto di una evoluzione umana, naturale, dell’immanente che si autotrascende, ma è opera della Parola incarnata che ricrea. Si ha quindi uno strappo, rispetto al “naturale”. uno scarto che anche in EG è nel segno della “sovrabbondanza” della grazia (84)- Se amiamo liberamente siamo nella gioia, se liberi dai vincoli e pesi di noi stessi, dai narcisismi, egoismi, risentimenti…, se poveri. Chiesa povera. La testimonianza cristiana però non si esaurisce nell’impegno sociale, né nell’amore fraterno, in un umanesimo solidale. La povertà, come condivisione e liberazione dei poveri, ritorna ad essere un “luogo teologico”, rivelativo del Dio che il Nazareno crocifisso e risorto ha reso visibile e “incarnato” nella vicenda storica degli uomini (riprendendo il Concilio e in particolare l’impostazione data dal card Lercaro). La povertà non è un semplice mezzo per l’ascesi personale, ma una chiamata alla conversione che riguarda l’identità stessa della testimonianza della Chiesa nel mondo. Papa Bergoglio ripresenta la questione della «forma» storica della Chiesa nel mondo moderno globalizzato, e indica come irrinunciabile la forma Christi (ancora Francesco d’Assisi), una Chiesa che ritorni a Cristo, al suo modo di essere e di relazionarsi con i «piccoli della terra» e i «potenti di questo mondo». Solo se “povera e dei poveri” può diventare «il segno» che rivela il mutamento messianico della storia e annunciare ancor oggi la bella notizia destinata a tutti.  


Paolo Caena - QUELL’ IMPOSSIBILE FELICITA’

Dopo anni di volontario esilio, a proporre qualche parola su ‘gioia e affini’ ti si affollano mille pensieri, quelli relativi a tanti itinerari personali aporetici, così come quelli che vengono da percorsi religiosi da tempo lasciati, ma che talvolta irrompono non richiesti dai ripostigli della memoria. Per fortuna arrivano anche, a mettere un po’ di pace (e siamo già dentro il tema, perché pace è gioia), pensieri meditati, messi al vaglio del dubbio, a volte lasciati-poi ripresi perché non vedi niente di meglio in giro o perché ti hanno finalmente ‘persuaso’: quelli che vengono da un percorso sapienziale o ‘interiore’ accostato, ascoltato e infine accettato e praticato –nei limiti del possibile- con pazienza e ‘cura’di sé. E ovviamente altri pensieri antichi, a volte purtroppo solo frammenti, a causa dello zelo dell’odio cristiano. La gioia dunque, anzi -perché no?- puntiamo in alto : la felicità, eudaimonìa. Pare che gli umani aspirino ‘naturalmente’ alla felicità, così almeno ci dicono persone sagge di tutti i tempi e di tutti i climi. Il Buddha stesso dice che l’uomo naturalmente tende a ciò che piace e rifugge lo spiacevole. E se con questa parola che noi usiamo generaliter avessero inteso cose diverse, così come per altre parole pregnanti? e se fossimo noi a fare di tante intenzioni un fascio sotto l’unico nome ‘felicità’, generando confusione e in-felicità? Dunque la felicità, tanto per sgombrare il campo dal primo incomodo, con quanto mi viene dall’insegnamento del Buddha storico, che è ciò che ho sentito ‘opportuno’ ormai da molti anni praticare, non senza qualche mugugno, e anche qualche ‘non mi pare’, ma sempre nella ricerca costante, e sono in buona compagnia, di come il ‘nocciolo’ dell’insegnamento, quello che conta veramente per una buona salute della mente e del cuore, possa incontrare il qui e ora del nostro vivere quotidiano così confuso e variegato di occidentali smarriti. Se parlerò di buddhismo, sarà di quello che ho udito, capito, sperimentato, e infine, ma sempre pronto ad ascoltare anche altre voci, ho convenuto onestamente che fosse ‘conveniente’ per me.

Devo precisare che quando parlo (o parlerò) di ‘io’, pronome scomodo ed equivoco, ma inevitabile, ‘me stesso’, ‘mio’ e dei loro contrari, so di toccare qualcosa di cruciale e spesso frainteso nella visione buddhista. Purtroppo in questa sede non posso che limitarmi a cercare di spiegare con poche parole pensate e ‘pesate’ che cosa sia il ‘non-sé’ o ‘non-io’, o la ‘vacuità’, e che non sono la negazione dell’esistenza della persona. Il Buddha non ha mai detto che “non esiste alcun sé”, e in realtà intende dire solo che non siamo una sostanza immutabile, o più semplicemente : “non fatevi un idolo dell’io”, e che questo non-sé non è un concetto metafisico, ma un’azione, anzi una strategia di svuotamento dall’autoriferimento per raggiungere uno stato ‘purificato’della mente-cuore. Una strategia di apertura a ciò che vediamo e sentiamo, liberi dalla cementificazione separativa dell’io e del mio; di modo che, una volta purificati da tutto ciò che ci confonde e consuma, e cioè l’attaccamento compulsivo ai desideri dei sensi (tutti i sensi - anche se avrete pensato subito al sesso, da bravi cattolici -, compresa la mente che ‘sente’ i pensieri e le emozioni), e poi la paura e l’avversione e la confusione, possiamo giungere a risvegliarci finalmente dal ‘sonno sveglio’ (cfr. Eraclito : “da svegli essi dormono” -cito a memoria) in cui non ci accorgiamo di vivere (Buddha vuol dire appunto ‘risvegliato’). Che c’entra la gioia –direte- per non parlare della felicità? Ebbene il raggiungimento ultimo (il mitico nirvana), il risveglio (in realtà un work in progress) è chiamato nei testi anche ‘somma gioia’ : altroché se c’entra! Ma gioia generano anche una virtù diventata habitus, una buona custodia della mente, una fruttuosa seduta di meditazione, un lampo di consapevolezza, il riuscire a gestire e/o lasciar andare un’emozione difficile, la condivisione sincera della gioia altrui, e altro. Venendo a bomba e lasciando stare Epicuro che peraltro avrebbe qualcosa da dirci, ma sarà stato trattato sicuramente da altri in questo numero della rivista, e rimanendo al Buddha, può esserci vera felicità (gioia, saggezza?) senza il piacere? Il buddhismo viene talvolta criticato come ‘pensiero triste’; e in realtà, al centro dell’insegnamento c’è dukkha, la sofferenza in senso generale (contrapposta peraltro a sukha, la gioia), che io qui tradurrei, scegliendo tra i tanti possibili termini, con ‘insoddisfazione’, così si capisce meglio il rapporto col desiderio, che è detto essere ‘causa’ di questa insoddisfazione, perché ciò che si desidera è per natura ‘impermanente’ o ‘mutevole’, mentre noi vorremmo che durasse immutato, nella nostra convinzione della fissità delle cose, che pur vediamo cambiare. Fin dall’inizio mi son chiesto però (e qui sta un po’ il nocciolo di questo scritto): e se, una volta conosciuta la natura transitoria delle cose, invece di eliminarne o ‘lasciarne andare’ il desiderio (Il termine ‘brama’ che spesso viene usato mi pare troppo negativo, segno di compulsione, addirittura fuorviante), e intendo il desiderio che è naturalmente rivolto al piacere (Epicuro sarebbe d’accordo) purché non sia di danno a noi stessi e/o agli altri, questo desiderio, anzi questo piacere desiderato lo assumessimo nel suo carattere ‘effimero’con piena coscienza e ‘gioia’, anche della sua caducità? sarebbe ancora fonte di insoddisfazione? e se lo fosse ancora, perché non abbracciare ‘con gioia’ anche questa emozione così strettamente legata alla conoscenza della reale natura delle cose? A maggior ragione questo vale per il desiderio indirizzato a ciò che riteniamo –nella nostra navigazione a vista, ma guidati dal discernimento- ‘onestamente’ appropriato e indirizzato al bene. Ma che cos’è ‘bene’, se non vogliamo farne una ‘idea’ (èidos) eterna? Anche qui c’è bisogno di un’onesta dose di discernimento e di fiducia ‘sperimentale’ nel dharma, cioè l’insegnamento che ‘onestamente’ si è scelto –e scusate la ripetizione, ma questo avverbio è cruciale-; più in là, nei cieli metafisici delle etiche non mi spingo, e mi pare nemmeno il Buddha, che tra l’altro invitava a non credere a questo o a quell’insegnamento perché antico, o di maestri venerabili, o perché lo aveva dato lui stesso (notevole lo svuotamento dall’autoriferimento!), ma a seguirlo solo se, dopo averlo sperimentato, lo si fosse trovato appropriato ed efficace per una vita buona, soddisfacente, in pace con noi e con gli altri e –udite, udite- gioiosa. Sapere che la gioia sta fondamentalmente in ciò che piace, nel piacere –bando agli eufemismi-, quando si è consapevoli della sua natura transitoria e lo si sa apprezzare proprio così com’è, sapendo che non c’è spazio per rimpianti, questo ‘sapere’ non porterà mai alla compulsione dell’attaccamento e della ripetizione (fonte di sofferenza e non libertà); anzi godere del piacere consapevole e della gioia effimera, in un sereno disincanto, sarà fonte di libertà e di ‘contentezza’, termine modesto che preferisco al sontuoso e illusorio ‘felicità’, e non avremo più bisogno di seguire quella coazione appunto alla felicità ‘senza smagliature’ imposta dall’ignoranza della natura della realtà, nonché dalle idee che circolano e che sono manipolate dal mercato e dai ‘poteri’. Questa gioia/felicità coatta sarà sempre –essa sì- insoddisfacente e falsa, appunto perché presuppone una realtà diversa dalla sua natura, che, se vista in profondità, si rivela appunto mutevole, condizionata e, se non abbiamo profonda consapevolezza di queste caratteristiche che invece vanno ‘accettate’, appunto insoddisfacente. A questo punto, l’ ‘ortodossia che non c’è’ in realtà dice che le cose in quanto impermanenti sono comunque insoddisfacenti. Ma –ripeto- se abbiamo consapevolezza della natura transitoria e cangiante della realtà, e in primis di noi stessi, rifuggiremo dalla fruizione compulsiva dei piaceri dei sensi (compresa la mente) e potremo goderne in modo libero, di una tale libertà che a volte, se guidata dal discernimento, possa consentirci la rinuncia. Esiste per un seguace del Buddha anche la ‘gioia della rinuncia’ , da assumere a piccole dosi, ogni tanto, per assaporare la libertà che ti regala; niente a che vedere con le pratiche ascetiche, che il maestro molto per tempo aveva ripudiato, insegnando invece la via di mezzo della saggezza e della moderazione. Tra i miei scaffali, nella sezione ‘zen’ c’è un libro dal titolo parlante, tanto che non occorrerebbe neanche leggere il resto, Guida zen per non cercare la felicità. Come lascia intuire il titolo, un momento di piacere (ovviamente un piacere che non nuoce) o -se preferiamo- di vera gioia, un assaggio se non proprio un lungo periodo di contentezza si può incontrarlo anche per caso, mi viene da dire “solo per caso”, se si segue un sentiero di saggezza. Se invece si programma la felicità, magari proprio quella insinuata, promessa dagli impostori di turno, o dalla nostra inconsapevolezza, veniamo sottratti al presente e relegati nel futuro, e questo ci fa perdere quell’aggancio sempre cangiante, quel paradossale ‘risiedere/dimorare’ con agio nel tempo. In secondo luogo l’inevitabile attaccamento compulsivo ci aliena da una vera cura di noi stessi e ci conduce dritti e ‘ben guidati’ a qualcosa che non esiste, e l’impossibilità di raggiungere questo qualcosa è inutile sofferenza e non-conoscenza, fino alla totale perdita di contatto con la realtà. Tra parentesi, per concludere, un bel nome per indicare questo contatto (altro che la ‘connessione’ dei social) è ‘umiltà’… da humus, cioè stare coi piedi per terra, quelli della mente e del cuore, ovviamente, che è una virtù, trattata e amata dai grandi mistici cristiani… meno forse dai teologi.